La Certezza della morte e
L'illusione dei confini
I numeri hanno un potere strano: standardizzano il dolore e anestetizzano le coscienze.
Sessantamila è un dato statistico, un titolo di telegiornale, un rigo su un rapporto internazionale.
Ma dietro la freddezza di quella cifra si nasconde il battito accelerato di migliaia di cuori pronti a tutto pur di sopravvivere.
Chi guarda a Ceuta come a una fortezza violata dimentica che nessun muro è abbastanza alto da fermare la fame, e nessun mare è abbastanza profondo da spaventare chi ha già perso tutto.
Il vero confine non è quello tracciato dal filo spinato, ma quello invisibile che separa la nostra indifferenza dalla loro disperazione.
di Franco Cimino
Se sessantamila vi sembrano molti
Se sessantamila vi sembrano molti e Ceuta vi sembra una frontiera debole, vedrete quante Ceuta e quante centinaia di migliaia di persone si ribelleranno all’insopportabile povertà.
Sessantamila arrivati. Sessantamila rimandati indietro in sole ventiquattro ore. A Ceuta.
Di queste persone si parla spesso come se fossero miliziani terroristi o soldati nemici venuti ad attaccare la tranquillità dell’Europa. Si parla di strategie, di pressioni politiche, di giochi tra Stati, di ipotesi e congetture: la mano di qualcuno contro la Spagna, il risentimento del Marocco, le tensioni internazionali.
Ma quasi nessuno parla dei cento morti.
Quasi nessuno parla della pietà dovuta a questi ragazzi. Nessuno sembra preoccuparsi di andarli a cercare per sottrarli a quella tomba d’acqua che è il mare, per offrire loro almeno una terra che li accolga e li seppellisca, restituendo loro un nome su una pietra.
Eppure questa dovrebbe essere la prima domanda: chi sono? Da dove vengono? Perché affrontano il mare, gli eserciti, i fucili, il filo spinato e la morte?
Prima dell’immigrazione c’è la fame. Prima dei confini c’è la disperazione. Prima dei numeri ci sono le persone.
Quei cinquantamila, sessantamila di ieri possono essere considerati come si vuole. Anche come un problema di sicurezza. Ma non si può dimenticare una verità semplice: sono uomini, ragazzi, esseri umani arrivati allo stremo delle proprie resistenze fisiche.
Avete visto quelle immagini?
Avete visto quei giovani uscire dal mare, bagnati, stanchi, emaciati, ma felici di essere arrivati?
Avete guardato i loro volti?
Molti erano ragazzi giovanissimi. Moltissimi avevano il volto di adolescenti. Le stime parlavano anche di circa mille minori di sedici anni.
Delinquenti anche questi?
Persone venute qui per rubare il nostro lavoro, le nostre donne, la nostra sicurezza?
Non è così che si affronta il più grande dramma che il mondo vive da decenni.
Il primo dramma è la guerra della povertà: Paesi senza nulla, popolazioni senza cibo e senza acqua, milioni di persone senza lavoro e senza strumenti per costruire un futuro.
Il secondo dramma è la guerra alimentata dall’egoismo dei pochi potenti e dei pochi straricchi, che attraverso la fabbrica delle armi alimentano ricchezze e poteri sulle guerre vere: quelle combattute con missili, bombardamenti e distruzioni contro città, scuole, università, campi e persone innocenti, soprattutto donne e bambini.
La terza guerra è quella dell’immigrazione.
Ma non è la guerra di questi poveri cristi contro di noi.
È la guerra che noi stessi alimentiamo quando respingiamo, quando sfruttiamo il loro lavoro quando ci serve, quando dimentichiamo che davanti a noi c’è una povera umanità che spesso possiede soltanto la forza delle braccia e la disperazione di voler vivere.
Questa è la verità.
E di questa verità dobbiamo tenere conto tutti, con umanità, responsabilità e intelligenza.
Perché la disperazione, prima o poi, molto prima di quanto immaginiamo, può diventare un fenomeno che nessuno riuscirà più a contenere.
Non possiamo accogliere tutti?
È una domanda legittima.
L’immigrazione clandestina e illegale può creare problemi e mettere a rischio la sicurezza dei nostri Paesi, delle nostre case, delle nostre famiglie? É un’altra domanda possibile.
Ma le risposte non possono essere lasciate soltanto ai cittadini.
Le risposte devono darle i governi.
I governi sono nati per affrontare tutti i problemi, non soltanto quelli più semplici o più convenienti.
Le democrazie hanno una forza straordinaria: eleggere governi capaci di affrontare le grandi questioni oppure sostituire quelli che non rispettano le promesse e non svolgono il compito affidato loro dal popolo.
E ricordiamoci che sopra ogni democrazia c’è una forza ancora più grande: la legge fondamentale che la sostiene, la Costituzione.
Franco Cimino

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