Il prezzo della miseria
Il brano descrive la distruzione ambientale causata per soddisfare un bisogno immediato: favorire il pascolo.
La scena si concentra sul contrasto tra l'egoismo dell'uomo, focalizzato sul bisogno immediato, e il danno arrecato alla natura e al lavoro altrui, evocando un'atmosfera di desolazione.
Il sole di luglio gravava sulla campagna come una lastra di
piombo rovente. Sotto quei rami, la terra spaccata dal caldo sembrava quasi
respirare: arsa, penetrata dai raggi accecanti, ma ancora viva, abituata da
millenni a resistere alla severità dell'estate.
Poco distante, i rami di un vecchio susino si piegavano
verso il basso, carichi di frutti che stavano proprio allora dorandosi,
rivestiti di un velluto variegato che prometteva dolcezza.
Poi, l'aria cambiò. Non fu il cielo a mutare, ma la mano
dell'uomo.
Un fumo denso e acre iniziò a levarsi dal fondo della valle,
oscurando la luce del pomeriggio. Il pastore avanzava lentamente dietro la
linea del fuoco che lui stesso aveva appiccato. Guardava la terra con occhi
diversi, calcolatori e ciechi. Nella sua mente c'era solo un pensiero
impellente: dare alle fiamme le sterpaglie secche per costringere il suolo, tra
qualche settimana, a cacciare un filo di erbetta tenera e fresca per le sue
greggi affamate.
Mentre l'uomo calcolava il suo misero profitto, l'inferno si
scatenava nel basso cespugliato. Il fuoco, rapido e spietato, non faceva
distinzioni. La flora autoctona, che aveva impiegato anni a colonizzare la
collina, si accartocciava in pochi secondi diventando cenere. Sotto il tappeto
di foglie secche, i piccoli abitanti del suolo — lucertole, insetti, piccoli
roditori — si trovarono intrappolati in una morsa mortale, senza alcuna via di
fuga tra le fiamme.
Le lingue di fuoco raggiunsero infine il bordo del frutteto.
Il susino, con le sue turgide sfumature dorate, cedette alla violenza del
calore. Le foglie si accartocciarono, i frutti si bruciarono prima ancora di
cadere.
Il pastore passò oltre, guidando i suoi armenti lontano dal
fumo, incapace di guardare il deserto che si lasciava alle spalle. Non pensava
al futuro, né al tempo immenso che sarebbe servito a quegli alberi intossicati
anche solo per tornare a fiorire. L'animale più evoluto della Terra aveva
appena scambiato il domani per un giorno di pascolo.
Mentre il fumo saliva al cielo, il pastore non vedeva la
cenere, ma il futuro. Per lui, quel fuoco non era distruzione, era uno
strumento di lavoro, antico e necessario. Sentiva il lamento delle pecore, il
loro scalpitare nervoso per la fame, e l'urgenza di sfamarle metteva a tacere
ogni altro pensiero. "La terra risorge sempre", si ripeteva per
giustificare l'odore acre che gli graffiava la gola. Cos'erano pochi alberi di
susine selvatiche di fronte alla sopravvivenza del suo gregge? Quei frutti
dorati non avrebbero riempito la pancia dei suoi animali. La natura, nella sua
mente, era solo un ciclo da forzare per ricavarne profitto immediato. Il domani
era un problema lontano; la fame degli armenti era adesso.
L'alba del giorno dopo illuminò un paesaggio spettrale,
mutato in un bianco e nero fotonecrotico.
Il silenzio era
totale, rotto solo dal crepitio degli ultimi focolari spenti. Dove prima
vibrava la vita, ora giaceva una distesa di polvere grigia e rami carbonizzati,
simili a scheletri protesi verso il cielo. I susini, privati delle loro
sfumature vellutate, mostravano frutti ridotti a grumi neri e contorti, ancora
attaccati a rami intossicati che non avrebbero visto una fioritura per anni. Un
velo di desolazione avvolgeva la collina, e persino le pecore, condotte su quel
suolo sterile, annusavano la terra bruciata muovendosi guardinghe, come se
riconoscessero il prezzo troppo alto di quel futuro filo d'erba.

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