Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Il prezzo della miseria

 

Il brano descrive la distruzione ambientale causata per soddisfare un bisogno immediato: favorire il pascolo.

La scena si concentra sul contrasto tra l'egoismo dell'uomo, focalizzato sul bisogno immediato, e il danno arrecato alla natura e al lavoro altrui, evocando un'atmosfera di desolazione.

 


Il sole di luglio gravava sulla campagna come una lastra di piombo rovente. Sotto quei rami, la terra spaccata dal caldo sembrava quasi respirare: arsa, penetrata dai raggi accecanti, ma ancora viva, abituata da millenni a resistere alla severità dell'estate.

Poco distante, i rami di un vecchio susino si piegavano verso il basso, carichi di frutti che stavano proprio allora dorandosi, rivestiti di un velluto variegato che prometteva dolcezza.

Poi, l'aria cambiò. Non fu il cielo a mutare, ma la mano dell'uomo.

Un fumo denso e acre iniziò a levarsi dal fondo della valle, oscurando la luce del pomeriggio. Il pastore avanzava lentamente dietro la linea del fuoco che lui stesso aveva appiccato. Guardava la terra con occhi diversi, calcolatori e ciechi. Nella sua mente c'era solo un pensiero impellente: dare alle fiamme le sterpaglie secche per costringere il suolo, tra qualche settimana, a cacciare un filo di erbetta tenera e fresca per le sue greggi affamate.

Mentre l'uomo calcolava il suo misero profitto, l'inferno si scatenava nel basso cespugliato. Il fuoco, rapido e spietato, non faceva distinzioni. La flora autoctona, che aveva impiegato anni a colonizzare la collina, si accartocciava in pochi secondi diventando cenere. Sotto il tappeto di foglie secche, i piccoli abitanti del suolo — lucertole, insetti, piccoli roditori — si trovarono intrappolati in una morsa mortale, senza alcuna via di fuga tra le fiamme.

Le lingue di fuoco raggiunsero infine il bordo del frutteto. Il susino, con le sue turgide sfumature dorate, cedette alla violenza del calore. Le foglie si accartocciarono, i frutti si bruciarono prima ancora di cadere.

Il pastore passò oltre, guidando i suoi armenti lontano dal fumo, incapace di guardare il deserto che si lasciava alle spalle. Non pensava al futuro, né al tempo immenso che sarebbe servito a quegli alberi intossicati anche solo per tornare a fiorire. L'animale più evoluto della Terra aveva appena scambiato il domani per un giorno di pascolo.

 

Mentre il fumo saliva al cielo, il pastore non vedeva la cenere, ma il futuro. Per lui, quel fuoco non era distruzione, era uno strumento di lavoro, antico e necessario. Sentiva il lamento delle pecore, il loro scalpitare nervoso per la fame, e l'urgenza di sfamarle metteva a tacere ogni altro pensiero. "La terra risorge sempre", si ripeteva per giustificare l'odore acre che gli graffiava la gola. Cos'erano pochi alberi di susine selvatiche di fronte alla sopravvivenza del suo gregge? Quei frutti dorati non avrebbero riempito la pancia dei suoi animali. La natura, nella sua mente, era solo un ciclo da forzare per ricavarne profitto immediato. Il domani era un problema lontano; la fame degli armenti era adesso.

L'alba del giorno dopo illuminò un paesaggio spettrale, mutato in un bianco e nero fotonecrotico.

 Il silenzio era totale, rotto solo dal crepitio degli ultimi focolari spenti. Dove prima vibrava la vita, ora giaceva una distesa di polvere grigia e rami carbonizzati, simili a scheletri protesi verso il cielo. I susini, privati delle loro sfumature vellutate, mostravano frutti ridotti a grumi neri e contorti, ancora attaccati a rami intossicati che non avrebbero visto una fioritura per anni. Un velo di desolazione avvolgeva la collina, e persino le pecore, condotte su quel suolo sterile, annusavano la terra bruciata muovendosi guardinghe, come se riconoscessero il prezzo troppo alto di quel futuro filo d'erba.

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