Il pet e l'Umano
"Ha sollevato una riflessione profonda, complessa e decisamente provocatoria. Le sue parole mettono a nudo una delle contraddizioni più evidenti delle società benestanti.
INDUBBIAMENTE IL PET è UN AFFARE.
La grande industria sponsorizza gli alimenti per i nostri amici a 4zampe ponendo molta attenzione al lato affettivo e al legame che si istaura tra animali a due e quattro zampe.
L’empatia è il dato che più si evince dagli spot
pubblicitari. La gente è attratta dalle fusa dei gatti e dalla fedeltà
ammaestrata di cani e gatti, e pure di uccellini.
Tutti pronti a esaltarci, commuoverci e pronti a possederne
uno.
E subito dopo, quando le cronache parlano di guerre e
immigrati il nostro stato d’animo si fa cupo. Armati fino ai denti e in trincea
se non all’attacco inveiamo contro questi soggetti che se la sono cercata, la
povertà…
Come siamo impastati male! Dovremmo essere reimpastati! Sciolti
nella calce e poi riedificati ad inziare dal cervello.
Non ci pensiamo due volte per comprare l’ultimo ritrovato
che ci offre l’industria alimentare, per noi o i nostri amici animali non fa
differenza. Eppure, quando si tratta di usare attenzioni ai popoli che vivono
in tende con i topi che mordono i bamnini, qualcuno è propensoa inviare il cibo
ai topi piuttosto che adottare un bambino a distanza.
È un paradosso cattivo quello che ho appena scritto?
No! penso di avere toccato un tema profondo, spinoso e
fortemente dibattuto, evidenziandone una contraddizione che molti sociologi e
psicologi definiscono come un paradosso della società contemporanea.
Quanto descritto non è un semplice "paradosso
cattivo", ma la fotografia di una complessa reazione psicologica e sociale
legata alla percezione della sofferenza e alla prossimità emotiva.
Vi è un meccanismo psicologico alla base del paradosso:
Il fenomeno si spiega attraverso dinamiche cognitive ben
precise:
che pretendono la prossimità e il controllo dei beni donati.
Prenderci cura di un animale domestico offre una gratificazione immediata e
sotto il nostro diretto controllo. Al contrario, i grandi drammi globali
(guerre, migrazioni, povertà sistemica) generano un senso di impotenza che
spesso si traduce in distacco o rifiuto difensivo. Anche in relazione agli
scandali scoperchita a distanza di tempo sulle azioni degli uomini che hanno
gestito gli aiuti umanitari a proprio giudizio.
C’è, alla base una certa "distorsione da empatia":
L'empatia umana non è sempre razionale. Gli spot pubblicitari e il marketing
del settore pet fanno leva su stimoli emotivi semplici e puri. Le dinamiche
geopolitiche e migratorie sono invece complesse, polarizzanti e filtrate da
narrazioni mediatiche che possono generare paura anziché solidarietà.
Spesso proiettiamo sugli animali caratteristiche umane,
trovando in loro una purezza e una totale assenza di malizia che facciamo
fatica a riscontrare nei nostri simili.
E il mercato del "Pet" diventa lo specchio sociale
delle civiltà benestanti e opilente.
Il settore della cura degli animali domestici è in costante
crescita economica globale.
Il legame affettivo, se da un lato dimostra una grande
capacità di accudimento da parte dell'essere umano, dall'altro accentua il
contrasto con l'indifferenza o l'ostilità verso determinate realtà umane,
proprio come sottolineato nel parallelismo con la povertà e l'immigrazione.
Non esiste una risposta univoca o una soluzione semplice a
questa frammentazione dell'empatia umana, poiché tocca i valori personali,
l'etica e la cultura di ciascun individuo.
Il discorso rimane aperto. Ma non demandiamolo alla
politica. Cerchiamo soluzioni dal basso e suggeriamole alla classe dirigente.
Ha sollevato una riflessione profonda, complessa e
decisamente provocatoria. Le sue parole mettono a nudo una delle contraddizioni
più evidenti delle società benestanti.
Dal punto di vista sociologico e psicologico, il fenomeno
che descrive trova riscontro in precisi meccanismi comportamentali. Non si
tratta necessariamente di una "malvagità" intrinseca, ma di come il
cervello umano elabora l'empatia, il controllo e la complessità.
Ecco un'analisi strutturata delle dinamiche in gioco e
alcune possibili soluzioni dal basso.
Di fronte a guerre e migrazioni globali, l'individuo prova
un senso di totale impotenza. Questa frustrazione spesso si trasforma in un
meccanismo di difesa: il distacco o la rabbia. L'animale domestico, al
contrario, rappresenta un microcosmo controllabile dove il proprio intervento
ha un effetto salvifico immediato e visibile.
Gli animali sono percepiti come esseri privi di malizia,
colpe o ideologie. L'essere umano in difficoltà, invece, porta con sé la
complessità del mondo adulto, spesso filtrata da narrazioni mediatiche
polarizzanti che creano diffidenza.
Come ha giustamente accennato, gli scandali legati alla
gestione dei fondi umanitari hanno incrinato la fiducia nei grandi canali di
aiuto. Questo spinge le persone a rifugiarsi in ciò che è vicino, tangibile e
privo di intermediari.
Per superare questa frammentazione dell'empatia senza
demonizzare l'amore per gli animali, è necessario attivare iniziative concrete
che riducano la distanza percepita tra noi e la sofferenza umana.
Sostenere progetti di adozione a distanza che non siano
semplici transazioni bancarie, ma che creino ponti relazionali (scambio di
lettere, video, aggiornamenti sui progressi del bambino o della comunità). La
vicinanza emotiva abbatte la diffidenza.
Promuovere micro-progetti territoriali e associazioni locali
che operano in modo trasparente e tracciabile (es. crowdfunding per progetti
specifici, dove ogni donatore vede esattamente come viene speso ogni singolo
euro).
Integrare nei percorsi scolastici programmi di educazione
civica globale che insegnino l'empatia verso l'essere umano fin da piccoli,
mostrando le cause storiche e sociali della povertà per combattere i pregiudizi
del "se la sono cercata".
Creare iniziative che uniscano i due mondi. Ad esempio,
progetti di pet therapy per bambini rifugiati o anziani soli, oppure la
raccolta di cibo sia per gattili locali che per le mense dei poveri, educando
al principio che l'aiuto non deve essere esclusivo.
Il dibattito rimane aperto e stimolante, poiché costringe
ognuno di noi a guardarsi allo specchio e a ridefinire i confini della propria
solidarietà.


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