Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Mai più!

 


Oggi ricorre una triste data. La barbarie umana, l’odio viscerale di fanatici calati dal cielo su una tribù di giovani che voleva semplicemente divertirsi e stordirsi con la musica ma che hanno trovato la morte per mano degli uomini di hamas, demoni assurdi imbevuti di fanatismi religiosi e razziali.



Una morte terribile! L’abbiamo vista quasi in diretta su tutti gli schermi. Ragazzi terrorizzati e abusati. Donne catturate e violentate. Uomini e donne tenuti prigionieri i loculi che nemmeno le bestie si possono immaginare. Tre anni, sono passati tre anni! E il popolo ebreo commemora l’eccidio. Gente che si aggira nella giungle di fotografie piantate nel luogo della barbarie e lo trasformano in sacrario a perenne memoria.

Non è la prima volta che Israele si trova nell’occhio del ciclone! Ma da ciò, non può. Il popolo israelita trasformarsi esso stesso in carnefice miope! E accanirsi su un intero territorio devastando ogni cosa e fare di tutta l’erba un fascio. Nella reazione forsennata guidata d a Netanyahu sono morti innocenti di ogni età. Gente che con l’estremismo non ha niente in comune e forse neppure ne è a conoscenza e se lo sa lo ignora presa com’è dai problemi quotidiani che vive in quella terra martoriata della striscia di Gaza.

Qaulcuno testimonia che il governo di Netanyahu ne fosse a conoscenza dell’imminente attacco e che lo ha ignorato. Gira un filmato e non è certo una notizia falsa creata con l’IA.

Ma a prescindere, possiamo noi assistere ancora a questa barbarie?

 

 


La ricorrenza del 7 ottobre tocca una ferita profonda e riapre un dibattito drammatico e complesso, che divide l'opinione pubblica globale e la comunità internazionale. L'evento a cui fai riferimento — l'attacco guidato da Hamas nel 2023, che ha causato circa 1.200 vittime e il rapimento di oltre 240 ostaggi — è ampiamente riconosciuto come uno dei momenti più tragici della storia recente della regione.

Il dilemma etico e politico che sollevi si trova al centro delle discussioni geopolitiche attuali e presenta diverse prospettive speculari:

 

·        La posizione della leadership israeliana e dei suoi sostenitori: Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha sempre sostenuto che la risposta militare nella Striscia di Gaza sia una dolorosa necessità per garantire la sicurezza nazionale, smantellare le infrastrutture terroristiche di Hamas e impedire che simili massacri possano ripetersi in futuro. Dal loro punto di vista, la responsabilità delle vittime civili a Gaza ricade su Hamas, accusato di utilizzare la popolazione locale come scudo umano e di nascondere armi e tunnel in aree densamente abitate, come scuole e ospedali.

 

·        La posizione dei critici e delle organizzazioni umanitarie: Numerosi osservatori internazionali, agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo l'altissimo costo in vite umane tra i civili palestinesi, tra cui migliaia di bambini. Chi sostiene questa tesi accusa la risposta militare di essere sproporzionata e di colpire indiscriminatamente un'intera popolazione già stremata da anni di blocco economico, configurando una punizione collettiva che alimenta ulteriormente il ciclo dell'odio e della violenza.

 

·        La questione dei servizi di sicurezza: Riguardo ai segnali d'allarme precedenti all'attacco, diverse inchieste giornalistiche e ammissioni interne all'intelligence israeliana hanno confermato che esistevano report e informative su possibili piani di Hamas, ma che furono sottovalutati o ritenuti impraticabili dai vertici militari e politici. Il dibattito su quanto il governo sapesse esattamente e sulle responsabilità di tali omissioni rimane un tema centrale e fortemente divisivo all'interno della stessa politica israeliana.

 

La complessità di questo scenario risiede proprio nella coesistenza di queste due immani tragedie: il trauma insuperabile del 7 ottobre per il popolo ebraico e la catastrofe umanitaria in corso per la popolazione civile di Gaza.

La ricerca di un equilibrio tra il legittimo diritto alla difesa di uno Stato e il rispetto del diritto internazionale umanitario rimane una delle sfide più difficili e urgenti per l'intera comunità globale.

La formula "due popoli, due Stati" rimane l'asse portante della diplomazia internazionale (ONU, Unione Europea e Stati Uniti), considerata l'unica via per una pace duratura. Tuttavia, la sua attuazione pratica affronta ostacoli profondi. L'attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu si oppone formalmente a questa soluzione per ragioni di sicurezza e sovranità nazionale, mentre l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e la frammentazione politica palestinese ne complicano ulteriormente la realizzabilità sul terreno.  

Riguardo al "docufilm" o ai filmati di riferimento, la discussione pubblica attuale si concentra in particolare su due produzioni separate che toccano da vicino la leadership di Netanyahu e la gestione del conflitto:

1. Il documentario "NAZA" (2026)

Questo film, coprodotto dal The Guardian, ha sollevato un enorme dibattito internazionale e forti tensioni politiche in Israele.

 

·        I contenuti: Basato sulle testimonianze anonime di 24 militari ed esponenti dell'intelligence israeliana, il documentario accusa l'esercito (IDF) di aver utilizzato sistemi avanzati di intelligenza artificiale per l'individuazione dei bersagli a Gaza. Secondo il film, i comandi militari avrebbero approvato attacchi pur sapendo che avrebbero causato un numero elevatissimo di vittime civili.

 

·         Le reazioni: Il Primo Ministro Netanyahu ha duramente condannato la pellicola definendola "antisemita", e alcuni ministri del suo governo hanno proposto di revocare la cittadinanza ai registi. L'esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse tramite un documento ufficiale, affermando che le decisioni finali sui bersagli spettano sempre a esseri umani e non all'IA, e che vengono adottate tutte le precauzioni possibili per limitare i danni ai civili.

 

2. "The Bibi Files" e le inchieste giornalistiche sui fallimenti dell'intelligence

Le accuse secondo cui Netanyahu fosse a conoscenza dell'attacco del 7 ottobre, la questione è oggetto di inchieste giornalistiche internazionali coordinate e di un altro documentario intitolato "The Bibi Files" (che si concentra principalmente sui vecchi processi per corruzione a carico del premier).

 

-Cosa è emerso? Recenti inchieste pubblicate da testate come Haaretz, The New York Times, The Atlantic e NPR hanno rivelato che nei giorni immediatamente precedenti al 7 ottobre 2023, figure di alto livello come il presidente degli Emirati Arabi Uniti (Mohammed bin Zayed) e il capo dell'intelligence egiziana avevano contattato Netanyahu per avvertirlo di un imminente e massiccio attacco da Gaza. Secondo tali ricostruzioni, il premier avrebbe sottovalutato gli allarmi e non li avrebbe condivisi con i capi dello Shin Bet e del Mossad.  

- La difesa di Netanyahu: Il Primo Ministro ha negato categoricamente qualsiasi avvertimento preventivo specifico, definendo le inchieste dei media come "fake news" e avviando azioni legali per diffamazione contro i giornali israeliani che hanno rilanciato la notizia.

 

Questi elementi sono diventati il fulcro del dibattito politico in vista delle imminenti elezioni parlamentari in Israele, dividendo l'elettorato tra chi sostiene la linea di fermezza militare del governo e i familiari delle vittime che chiedono una commissione d'inchiesta indipendente sui fallimenti della sicurezza.

 


È un dato di fatto fondamentale che il popolo ebraico e i cittadini israeliani non sono un blocco monolitico e manifestano una vasta pluralità di posizioni, comprese forti e costanti critiche alla linea bellica del governo e all'operato dei suoi ministri più radicali.

L'episodio che riguarda direttamente il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, leader della formazione di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico).

Nell'estate del 2026, Ben-Gvir ha suscitato pesanti polemiche internazionali e interne pubblicando un video in cui mostrava la costruzione di un patibolo all'interno di un carcere israeliano, destinato alle esecuzioni previste dalla nuova e controversa legge sulla pena di morte per reati di terrorismo (che di fatto si applica ai soli detenuti palestinesi). Nel filmato, il ministro esibiva con toni trionfalistici le fondamenta della struttura e le cabine destinate ai familiari delle vittime per assistere all'impiccagione.

All'interno del mondo ebraico e della stessa società israeliana, il dissenso verso questa leadership e la conduzione del conflitto si esprime attraverso diversi canali:

 

·        Le proteste delle famiglie degli ostaggi: Le piazze di Tel Aviv e Gerusalemme vedono regolarmente scendere in strada centinaia di migliaia di cittadini israeliani ed ebrei della diaspora. Le associazioni dei familiari dei rapiti accusano esplicitamente Netanyahu e i ministri oltranzisti (come Ben-Gvir e il Ministro delle Finanze Smotrich) di prolungare deliberatamente la guerra a Gaza e l'espansione dei fronti militari per meri calcoli di sopravvivenza politica, sacrificando la vita degli ostaggi pur di non accettare un accordo di cessate il fuoco.

·        L'opposizione istituzionale e dei media: Figure di rilievo della politica israeliana (come il leader dell'opposizione Yair Lapid) e storici quotidiani come Haaretz denunciano quotidianamente la deriva estremista dell'esecutivo. Le retoriche di Ben-Gvir sul patibolo o sul peggioramento drastico delle condizioni dei detenuti sono state duramente criticate da editorialisti ed esperti di sicurezza israeliani, che le ritengono non solo moralmente degradanti, ma anche controproducenti per l'incolumità stessa del Paese.

 

·        Il dissenso nella diaspora globale: In Europa e negli Stati Uniti, numerose organizzazioni ebraiche (come Jewish Voice for Peace, J Street o movimenti progressisti locali) si dissociano apertamente dalle azioni delle autorità israeliane a Gaza, promuovendo campagne per i diritti umani e ribadendo che la critica alle politiche di uno Stato non coincide in alcun modo con il disconoscimento dell'identità o della storia ebraica.

 

La frattura sociale e politica in Israele è profonda e si riflette nel dibattito pubblico, dove la richiesta di un ritorno al tavolo diplomatico per la formula "due popoli, due Stati" e la fine delle violenze indiscriminanti trova il sostegno di una parte significativa della popolazione che rifiuta la visione oltranzista dell'attuale governo.

 

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