Connessioni
HA SENSO CREARE ANCORA "BELLEZZA"?
Ha senso, oggi, creare ancora?
In un’epoca fagocitata dall'iper-produzione e dall'infestazione dei simulacri, dove l’immagine non è più specchio della realtà ma un riflesso sterile di altre immagini, questa domanda non è un semplice esercizio retorico, ma un’urgenza etica. Generare l'ennesima figura rischia di essere un atto ridondante, un inutile rumore di fondo che alimenta la saturazione dello sguardo e decreta la morte della contemplazione. Eppure, la risposta si fa affermativa se l’atto creativo cambia radicalmente di segno: non più accumulo passivo, ma sabotaggio visivo. Questa ribellione culturale non nasce per distruggere, ma per fare spazio; non vuole aggiungere scorie al caos mediatico, ma usarle come armi di guerriglia culturale per inceppare l'ingranaggio del consumo istantaneo.
Vivere l'ipercarico commerciale e mercantile diventa così l'unico modo per disarmarlo, trasformando il sovraccarico in un filtro purificatore. Solo attraverso questo shock da contrasto l'arte può strappare lo spettatore dall'anestesia quotidiana, restituendogli il tempo dello sguardo lento e aprendo, tra le macerie del contemporaneo, una via inaspettata verso la pace e la Bellezza.
L'opera digitale proposta unisce elementi della cultura di
massa e frammenti di realtà quotidiana a uno dei dipinti più provocatori della
storia dell'arte, richiamando direttamente le avanguardie del secondo
Novecento.
Parliamo di “Archeologia visiva” che abbraccia il Nouveau Réalisme e il décollage digitale.
L'impianto compositivo affonda le sue radici nel Nouveau
Réalisme, mutuando l'intuizione dei manifesti strappati dal tempo che
caratterizzò la ricerca di Mimmo Rotella, Jacques Villeglé e Raymond Hains.
La sovrapposizione digitale di scritte, calendari e brand commerciali – come la celebre mascotte dei cereali – simula la stratificazione dei manifesti pubblicitari sui muri urbani, convertendo il rifiuto consumistico in materiale poetico.
Attraverso l'inclusione di immagini commerciali e icone
popolari, l'opera celebra e, al contempo, contesta la società dei consumi: i
colori accesi e i loghi familiari si scontrano frontalmente con la sacralità
dell'arte classica.
In questo contesto, il capolavoro di Gustave Courbet del
1866 (L'origine del mondo), storicamente censurato per la centralità del nudo
femminile, riemerge parzialmente coperto e frammentato. La manipolazione
digitale ricrea una moderna censura visiva operata attraverso il caos della
pubblicità e lo scorrere del tempo, quest'ultimo scandito dai fogli di
calendario.
L’assemblaggio evidenzia come la sovrabbondanza di stimoli
commerciali contemporanei tenda a mercificare, frammentare e occultare la
natura originaria dell'essere umano. Il tempo scorre sopra l'eterno femminino
di Courbet, lasciando che la memoria storica e l'erotismo vengano sommersi dal
rumore visivo della quotidianità.
A questo punto sorge un interrogativo fondamentale: dopo una simile scorpacciata visiva e visionaria, ha ancora senso generare nuove immagini?
La risposta più onesta è negativa se l'immagine è intesa
come semplice replica; diventa invece affermativa se l'atto creativo si propone
di oltrepassare le "scorie mediatiche" che infestano il presente.
Oggi viviamo nell'epoca dell'iper-produzione e del consumo
istantaneo di stimoli visivi. Come profetizzato dal sociologo Jean Baudrillard,
ci troviamo nell'era dei simulacri: le immagini non rappresentano più la
realtà, ma si limitano a richiamare altre immagini. Decorare.
In un flusso così incessante, creare l'ennesima figura
rischia di produrre solo inutile rumore di fondo, decretando la morte della
contemplazione poetica a favore di una saturazione dello sguardo. Di fronte a
un simile sovraccarico, l'occhio smette di guardare e si limita a scansionare
rapidamente, azzerando l'impatto emotivo e concettuale dell'opera.
Perché ha ancora senso creare?
La creazione artistica conserva un valore autentico solo se
cambia di segno, trasformandosi da mero prodotto a gesto critico. L'immagine
deve farsi filtro purificatore. Creare, oggi, non significa necessariamente
"aggiungere", ma può significare sottrarre, riciclare o distruggere.
Il lavoro di assemblaggio e décollage digitale persegue
esattamente tale obiettivo: non inventa una nuova figura ex nihilo, ma utilizza
le macerie visive della pubblicità per costringere lo spettatore a guardare un
classico della storia dell'arte con occhi nuovi.
La manipolazione si fa grimaldello e strumento di sabotaggio del flusso visivo.
Il compito dell'arte diventa allora quello di inceppare
l'ingranaggio del consumo visivo rapido. Un'immagine densa, stratificata e
disturbante costringe chi guarda a fermarsi, interrompendo la navigazione
distratta e innescando un salto qualitativo dall'estetica all'etica. Quando la
narrazione visiva sovrabbonda, l'atto creativo pone una domanda politica nel
senso più alto del termine: cosa stiamo guardando davvero? Di cosa cibiamo la
nostra mente?
Non serve creare immagini per riempire il vuoto, ma per
svelare l'illusione di quel vuoto, riappropriandosi del tempo dello sguardo
lento. L'arte non deve sottrarsi all'ipercarico, ma abitarlo per criticarlo e
invitare alla reazione costruttiva.
La prospettiva sposta l'arte da una posizione di fuga a una
di reazione culturale: il rumore di fondo non è evitato, ma assunto e
utilizzato. Per generare una simile reazione contro le strategie mercantili,
l'opera attiva specifici meccanismi chiave:
·
Il Détournement: ovvero, il concetto
cardine del Situazionismo, e consiste nel sottrarre gli elementi del potere e
del consumo (pubblicità, loghi, icone pop) per rivoltarli contro sé stessi. La
mascotte commerciale, ad esempio, perde la sua attrattiva funzione di vendita e
diventa un elemento di disturbo che svela l'ipocrisia della censura.
·
L'estetica dell'iper-saturazione: quando il
mondo bombarda l'individuo di stimoli, l'artista accelera questo processo fino
al punto di rottura. Accumulando scadenze, corpi e brand, si genera un
cortocircuito visivo. Lo spettatore, saturo, è così stimolato a sviluppare un
anticorpo critico.
·
Lo shock da contrasto: L'accostamento, in
questo caso, tra la carne cruda, reale e concettuale dell'opera di Courbet e la
platonicità effimera industriale dei consumi crea un attrito intollerabile per
l'occhio pigro. La fruizione cessa di essere passiva; diventa uno choc visivo
che impone una scelta radicale tra il subire il flusso o il reagire.
Dall'accumulo materico si passa alla reazione. L'overdose da
ipercarico visivo non decora, ma soffoca lo sguardo per costringerlo a cercare
aria. Lì dove la narrazione commerciale tenta di anestetizzare la coscienza
rendendo tutto piatto e digeribile, l'arte stratificata restituisce
complessità, peso e disturbo.
Creare un'immagine di questa natura equivale a porre uno
specchio davanti alla contemporaneità: "Ecco il riflesso di ciò che
consumiamo ogni giorno; guardate quanto è mostruoso e, al tempo stesso,
affascinante".
La Riconquista dello Sguardo
Ha senso, in definitiva, creare ancora?
Al termine di questo viaggio tra le scorie mediatiche e
l'infestazione dei simulacri, la domanda iniziale trova finalmente la sua
risoluzione. In un’epoca fagocitata dall'iper-produzione, dove l’immagine non è
più lo specchio della realtà ma il riflesso sterile di altre immagini, generare
l'ennesima figura rischia di ridursi a un atto ridondante, un inutile rumore di
fondo che decreta la morte della contemplazione. Eppure, nell'assemblaggio
digitale di Mario Iannino, la risposta si fa affermativa perché l’atto creativo
cambia radicalmente di segno: non è più accumulo passivo, ma sabotaggio visivo.
La volontà di ribellione culturale non nasce per distruggere, ma
per fare spazio; non vuole aggiungere scorie al caos mediatico, ma usa i
detriti stessi del consumo per innescare il cortocircuito definitivo. Essere dentro
l'ipercarico commerciale – lo strappo dei calendari, i brand industriali e le
mascotte pop – è l'unica strategia possibile per disarmarlo dall'interno,
trasformando il sovraccarico in un filtro purificatore che aggredisce
l'anestesia dello spettatore.
Attraverso lo shock da contrasto con la carne sensuale,
censurata ed eterna di Courbet, l'opera di Iannino interrompe lo scorrimento
infinito e distratto dello schermo. È una guerriglia estetica necessaria che ci
restituisce il tempo dello sguardo lento. L'atto di creare immagini, allora,
acquisisce il suo significato più alto: non serve per riempire il vuoto
contemporaneo, ma a svelarne l'illusione, aprendo, proprio tra le macerie del
consumo, un'inattesa oasi di pace e di ritrovata Bellezza.


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