L'equazione fredda del potere
Nessun mandato in bianco!
Per un risveglio delle coscienze contro l'avidità globale.
Stiamo attraversando, forse, il peggior periodo della storia. Eppure abbiamo tutto ciò che la civiltà dei consumi ci può offrire, in occidente, nei Paesi in cui regna la “pace” e non arrivano le bombe.
Ecco, le bombe. Perché cadono sulle teste dei Palestinesi,
in Cisgiordania, a Kiev e in altre 52 località sparse nel mondo dove le
popolazioni vivono in perenne assetto di guerra? Cosa spinge l’uomo ad armarsi
e armare la mano dei “sudditi”? E, peggio, c’è chi lo fa in nome di una
religione! Potrei azzardare varie analisi, ma sembra che la più accreditata sia
una sola: l’avidità! Un tarlo che s’insinua anche nelle teste dei rivoluzionari
che, quando sono all’opposizione, dicono e teorizzano cose condivisibili, salvo
cambiarle appena assaggiano il dolce potere del comando e dei soldi.
In Italia, a causa delle guerre, dicono, è aumentato il carburante e il gas. Nonostante sia stata installata una infinità di pale eoliche, paghiamo più di tasse che di prodotto consumato per l'energia elettrica. Chi vive del lavoro dei campi è in agitazione.
In Calabria, a Davoli, continua il blocco stradale inscenato dagli imprenditori agricoli che lamentano i costi esorbitanti dei carburanti e dei disinfestanti o fertilizzanti. Di conseguenza, ma non da adesso, i prezzi al dettaglio sono diventati proibitivi per i consumatori.
Insomma, è un cane che si morde la
coda! L’attuale sistema sociale è un cane idrofobo che non capisce niente.
Riflettere sulla complessità del mondo contemporaneo mette spesso di fronte a nodi profondi e apparentemente insolubili, dove dinamiche globali e ricadute locali si intrecciano inesorabilmente.
Le questioni sollevate toccano i temi portanti della geopolitica, dell'economia e della sociologia.
Le cause dei conflitti e la natura del potere, ben note, inducono a sviscerare analisi.
Le motivazioni che spingono l'essere umano al conflitto e alla ricerca del potere sono da sempre al centro del dibattito filosofico e storico. Nella multi-specie, i fattori economici e le risorse — temi cari a storici ed economisti — mettono il punto sul fatto che il controllo delle risorse naturali (come energia, terra e acqua) e la ricerca di vantaggi económicos siano motori primari delle tensioni internazionali. L'avidità o la competizione per la ricchezza materiale giocano un ruolo centrale in queste dinamiche.
Altre analisi evidenziano come la ricerca della sicurezza,
il timore dell'instabilità e il desiderio di espandere o difendere la propria
sfera d'influenza spingano gli Stati ad armarsi e a mantenere apparati militari
complessi. Gli studi sociologici e politologici sul potere analizzano spesso la
tendenza dei sistemi di comando a perpetuare se stessi, evidenziando come
l'accesso alle risorse e all'autorità possa influenzare o modificare gli
obiettivi iniziali di movimenti e leader politici.
Le ripercussioni dei conflitti internazionali e delle politiche energetiche si manifestano in modo concreto sulla vita quotidiana e sui settori produttivi.
L'impatto economico locale e la crisi agricola derivante dai costi energetici e dalla tassazione creano bolle inaspettate in quanti sono attenti al lavoro e non alla geopolitica.
Il mercato dell'energia e dei
carburanti in Italia è influenzato da fluttuazioni geopolitiche globali, ma
anche da strutture tariffarie complesse e componenti fiscali (accise e IVA) che
incidono significativamente sul prezzo finale pagato dai consumatori e dalle
imprese, indipendentemente dalla quota di energia prodotta da fonti
rinnovabili.
La protesta del settore agricolo testimonia l’incomprensibile attualità di nuove e vecchie povertà.
Le tensioni nel comparto agricolo, come le mobilitazioni e i blocchi stradali che ciclicamente interessano diverse regioni italiane (tra cui i presidi storici o recenti in Calabria e in altre aree del Paese), nascono dal divario tra l'aumento dei costi di produzione (carburanti agricoli, fertilizzanti, sementi) e i prezzi di vendita all'ingrosso, che spesso non garantiscono la sostenibilità economica per i produttori.
Nella catena del valore e nei prezzi al consumo vi è uno
squilibrio che si riflette sulla filiera distributiva, portando a un incremento
dei prezzi al dettaglio per i consumatori finali, pur lasciando margini ridotti
a chi lavora la terra. La percezione di un sistema circolare e di difficile
risoluzione — il "cane che si morde la coda" — rappresenta una
preoccupazione diffusa di fronte a crisi che richiedono risposte strutturali
sia a livello locale che internazionale.
In questo scenario, la questione del perché la politica non
si affidi interamente a figure tecniche ed esperti è uno dei temi più dibattuti
della scienza politica moderna, spesso riassunto nel dilemma tra democrazia (il
governo del popolo attraverso i rappresentanti eletti) e tecnocrazia (il
governo dei tecnici e degli specialisti). L'inserimento degli esperti nei
processi decisionali presenta dinamiche complesse, riconducibili ad alcune
ragioni principali:
I dati non sono
scelte: gli esperti forniscono analisi e numeri, ma spetta alla politica
decidere come distribuire le risorse. Se un economista indica come tagliare il
debito, la scelta di sacrificare la sanità, la scuola o aumentare le tasse è
puramente ideologica e sociale. La scienza descrive i problemi, ma non
stabilisce cosa sia "giusto" per i cittadini.
La responsabilità del voto: nelle democrazie la legittimità deriva dal consenso.
I politici rispondono agli elettori e possono essere puniti dalle urne.
I tecnici, al
contrario, non rispondono a nessuno: l'assenza di un mandato popolare rischia
di creare un distacco profondo e irreversibile tra i palazzi del potere e i
bisogni reali della popolazione.
La politica decide, i tecnici assistono: i ministeri sono già affollati di comitati tecnici, uffici studi e burocrati che redigono le leggi. Il vero nodo non è l'assenza di competenze, ma il fatto che la decisione finale deve rimanere in mano alla politica, l'unica che può mediare tra pareri scientifici, bilanci e pressioni sociali.
I limiti della
visione settoriale: la fiducia cieca negli esperti espone al rischio di una
iper-specializzazione. Un provvedimento perfetto per l'ambiente può rivelarsi
devastante per l'occupazione o l'agricoltura. In più, l'economia e la
sociologia non sono scienze esatte: muovendosi in contesti globali
imprevedibili, anche i tecnici sbagliano.
In momenti di grave crisi economica o sociale, i paesi
democratici (inclusa l'Italia) ricorrono talvolta a "governi tecnici"
proprio per sbloccare situazioni di stallo. Tuttavia, si tratta storicamente di
parentesi temporanee, poiché la gestione ordinaria di una società richiede una
mediazione sociale che solo la politica, con tutti i suoi limiti, può
esercitare. Abbiamo visto il lavoro dei governi tecnici in Italia, e sappiamo
che i politici e i ministeri sono affiancati da tecnici del settore; ma quello
che manca veramente nelle decisioni sulla gestione della cosa pubblica è
l'empatia, la volontà di emancipare i meno fortunati.
Questa osservazione centra uno dei punti più sensibili e
profondamente sentiti del dibattito pubblico: il divario tra la freddezza dei
numeri e la realtà vissuta dalle persone. Quando le decisioni politiche o
tecniche si concentrano esclusivamente su parametri macroeconomici, bilanci e
vincoli di spesa, si rischia di perdere di vista il fattore umano, lasciando
indietro chi è già in condizioni di fragilità. L'assenza di empatia e della
volontà di emancipazione sociale nella gestione della cosa pubblica si articola
attraverso tre dinamiche principali:
1. La
"neutralità" apparente dei tecnici: i governi tecnici e i comitati di
esperti tendono per loro natura a trattare i problemi sociali come equazioni da
risolvere. Se l'obiettivo principale diventa il "risanamento dei
conti" o l'efficienza burocratica, l'impatto umano di un taglio alla
sanità, della riduzione dei servizi sociali o dell'aumento delle accise viene
spesso declassato a semplice "effetto collaterale". L'empatia non è parametrizzabile
in un algoritmo economico, e questo crea una profonda frattura tra chi governa
e chi subisce le decisioni.
2. La crisi della
funzione sociale della politica: storicamente, la politica aveva il compito di
tradurre le istanze dei più deboli in programmi di emancipazione, guidata da
visioni ideologiche o costituzionali volte a ridurre le disuguaglianze. Oggi, l'azione
politica appare spesso schiacciata su due fronti che ne spengono la spinta
ideale: la rincorsa del consenso a breve termine — con partiti concentrati su
promesse elettorali immediate o su polemiche quotidiane che perdono la capacità
di progettare riforme strutturali di lungo periodo per la scuola, il lavoro e
il welfare — e la subordinazione a vincoli esterni, dove i governi si muovono
all'interno di rigidi parametri economici globali e mercati finanziari che
limitano lo spazio di manovra per politiche redistributive coraggiose.
3. Il principio
costituzionale dell'emancipazione: in Italia, la richiesta di un'azione
pubblica basata sull'emancipazione dei meno fortunati non è solo un'aspirazione
morale, ma un preciso mandato giuridico. L'Articolo 3 della Costituzione
Italiana stabilisce, al secondo comma, un principio fondamentale:
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Quando i cittadini avvertono la mancanza di empatia, stanno
di fatto constatando la distanza tra questo principio costituzionale — che
mette al centro il pieno sviluppo di ogni persona — e la realtà delle politiche
attuate. Senza una reale volontà politica di redistribuire le opportunità e
proteggere i legami sociali, anche le soluzioni tecniche più avanzate rischiano
di aggravare le disuguaglianze anziché sanarle, alimentando quel senso di
sfiducia e di isolamento che vive chi si sente escluso dai benefici della
civiltà dei consumi.
È una equazione fredda che lascia esterrefatti i cittadini
comuni trattati come numeri. Fastidiosi numeri che comportano problemi
all’economia mondiale e ai magnati internazionali. Per certi teoremi, è meglio
lasciare morire in mare o sotto le bombe o di fame il popolino piuttosto che
dare loro ristori.
Proprio per questo dobbiamo emanciparci. Fare evolvere le
coscienze e non dare mandati in bianco a nessuno!
