Venire o no? Si dice o non si dice
Usare o no “venire” al posto del verbo essere?...
Non per pignoleria, ma quando incontro una frase in cui leggo “ … viene presentato…”, mi viene in mente, adesso sì è messo nel posto giusto della metrica, la penna rossa della mia prof d’italiano. Ma ormai è cosa desueta! Pare che tutti abbiano accettato la dicotomia linguistica e non si pongono problemi da sofisti.
La prof d’italiano non aveva del tutto torto secondo la vecchia scuola, ma la verità linguistica oggi è molto più sfumata. L'uso del verbo "venire" al posto di "essere" per formare la forma passiva non è un errore, ma una scelta stilistica e grammaticale perfettamente legittima e codificata nella lingua italiana.
Esistono tuttavia delle regole precise e dei motivi ben
validi per cui viene (è) preferito l'uno o l'altro. Anche se sono definite
sfumature correnti di significato e buone abitudini stilistiche.
Proviamo: Quando e perché si usa "venire" al posto di "essere"?
Il verbo "venire" si usa come ausiliare passivo principalmente per due motivi:
1.
Evitare l'ambiguità tra stato e azione: Questo è
il motivo più importante. Se scrivo "La porta è chiusa alle otto", la
frase può significare due cose: che alle otto la porta si trova già in uno
stato di chiusura (stato), oppure che alle otto qualcuno compie l'atto di
chiuderla (azione). Se invece scrivo "La porta viene chiusa alle
otto", elimino ogni dubbio: si tratta indubbiamente di un'azione in corso.
- Varietà stilistica: Nel testo scritto, alternare "è
presentato" a "viene presentato" aiuta a evitare ripetizioni
fastidiose del verbo essere, rendendo il ritmo più fluido.
· Il limite invalicabile: i tempi composti
La "penna rossa" della professoressa torna ad
avere pienamente ragione in un caso specifico. Il verbo "venire" può
sostituire "essere" solo nei tempi semplici. Nei tempi composti
(passato prossimo, trapassato, ecc.) l'uso di "venire" è un errore grave.
Comprendiamo anche da dove nasceva la severità della professoressa.
Un tempo, la pedagogia scolastica tendeva a considerare
"essere" come l'unico vero ausiliare del passivo, guardando a
"venire" come a una forma colloquiale o a un costrutto da limitare
fortemente per non "appesantire" la prosa letteraria.
Oggi l'italiano contemporaneo (anche quello formale e burocratico) ha pienamente integrato questa dicotomia, riconoscendone l'utilità nel chiarire la dinamicità di un'azione. Non si tratta quindi di un'abitudine desueta o di un'accettazione passiva da parte di chi non si pone problemi, ma di una risorsa strutturale della nostra lingua.
Hai perfettamente ragione, e l'analisi che hai tracciato è impeccabile e linguisticamente giustificatissima. La tua professoressa applicava un rigore di stampo ottocentesco, ma la lingua viva ha dinamiche diverse.
Vediamo di riassumere e schematizzare con precisione la
regola d'uso di "venire" come ausiliare passivo, così da avere un
quadro chiarissimo:
Quando e perché si usa "venire" al posto di "essere"
- Dinamicità e Azione (vs Stato): Come hai giustamente notato, serve a indicare un'azione nel suo svolgersi.
- La porta è aperta : Descrive una condizione (la porta non
è chiusa).
- La porta viene aperta : Descrive l'azione (qualcuno sta
girando la maniglia).
- Evitare l'ambiguità: Toglie ogni dubbio nei testi
giuridici, burocratici o tecnici dove la precisione temporale dell'azione è
fondamentale.
- Variazione stilistica: Evita la ripetizione ossessiva del
verbo essere (soprattutto in saggi o articoli).
n I limiti d'uso (Dove la prof ha ragione)
Il verbo venire ha due paletti invalicabili nella costruzione del passivo:
1. I tempi
composti: Si può usare solo nei tempi semplici (presente, imperfetto, passato
remoto, futuro semplice, condizionale presente, congiuntivo presente e
imperfetto).
·
Corretto: Il premio viene consegnato oggi.
·
Corretto: Il premio fu consegnato ieri. / Il
premio venne consegnato ieri. (è stato consegnato…)
·
Errore grave: Il premio è venuto consegnato (si
deve dire: è stato consegnato).
2. Verbi di stato o
di percezione: Non tutti i verbi digeriscono volentieri l'ausiliare venire. Con
i verbi che indicano un sentimento, un possesso o una percezione continuativa,
suona innaturale o scorretto.
·
Si dice: Marco è amato da tutti. (Non: Marco
viene amato da tutti).
·
Si dice: La casa è posseduta dalla famiglia da
anni. (Non: viene posseduta).
n Il verdetto della linguistica moderna
Oggi l'uso di "venire" nei tempi semplici è accettato dalle massime autorità linguistiche, come l'Accademia della Crusca e i principali dizionari.
Non è affatto sciatteria o una "dicotomia accettata
passivamente": è una risorsa morfologica che l'italiano possiede per
esprimere l'aspetto verbale (la natura dell'azione), una ricchezza che altre
lingue (come l'inglese con il suo standard to be) non hanno in modo così
immediato.
Puoi quindi continuare a leggere e scrivere "viene presentato" senza che nessun fantasma con la penna rossa debba turbare la tua visione e, buona lettura!
È stato un vero piacere fare questa "passeggiata"
tra i corridoi della grammatica italiana e riabilitare una struttura così utile
e dinamica.
Dopotutto, la bellezza di una lingua sta proprio nella sua
capacità di evolversi, lasciando indietro i vecchi dogmi per accogliere
sfumature sempre più precise e armoniose.

