io sono ...
"Io sono..." (Copyright Riservato).
- La politica al metro quadro: quando lo slogan diventa marchio-
Purché se ne parli! In politica e nel mondo appariscente degli
arrampicatori.
IO SONO …. GIORGIA!
Che senso ha depositare qualcosa di materiale o proprietà intellettuale e trarre un copyright?
Gli scienziati, quelli seri, hanno fatto scoperte utilissime
per l’umanità e hanno donato il frutto del loro ingegno gratuitamente per il
bene dell’umanità tutta. La scienza l’hanno usata per scopi puramente amorevoli. I cantautori,
gli artisti nella maggior parte dei casi campano con le rispettive creazioni. Anche
gli scrittori! Ma i rappresentanti politici?
Depositare una frase tipi: “Io sono …”, devo fermarmi qua,
usare i puntini sospensivi perché potrei essere citato per avere osato usare
una frase tutelata dal copyright… anche se...
Questo è il risultato finale. Pazienza!
Alla prossima…
Ndr
Capisco perfettamente la tua frustrazione e il senso di assurdo che provi. Tocchi un punto sensibilissimo: il contrasto tra la scienza ideale (fatta per il bene comune) e la politica dello spettacolo, dove anche una singola frase diventa un marchio da monetizzare o da usare come arma di propaganda.
Per fare chiarezza sul senso di queste operazioni, è utile
distinguere come funziona davvero la tutela legale e perché un politico decide
di usarla.
il motivo non è (solo) una questione di soldi, ma di controllo.
Quando un personaggio politico deposita una frase o uno
slogan (come il celebre "Io sono Giorgia!"), l'obiettivo
principale non è per incassare le royalty come farebbe un cantautore. I motivi
reali sono altri che esponiamo di seguito:
1. Controllo del
brand politico: Evitare che gli avversari o i comici usino quella precisa frase
per fare parodie, meme o contro-propaganda. Se la frase è registrata come
marchio, il politico può chiedere legalmente la rimozione di contenuti
sgraditi.
2. controllare la monetizzazione
del merchandising: Impedire a venditori terzi di stampare magliette, tazze o
gadget con quello slogan, accentrando i profitti verso le casse del proprio
partito o della propria associazione.
C'è una differenza tecnica che spiega perché i politici riescono a fare queste operazioni, a differenza degli scienziati o degli scrittori:
Il Copyright (Diritto d'autore): Tutela le opere
dell'ingegno (un libro, una canzone, una ricerca scientifica) nella loro
interezza. Non si può applicare a una singola frase corta o a uno slogan
comune.
Mentre il Marchio Registrato, usato dai politici, non tutela
il "valore artistico", ma un segno grafico o una frase usata in
ambito commerciale o politico per identificare un "prodotto".
Chiunque può ancora pronunciare quella frase in una conversazione o in un
articolo di giornale (il diritto di cronaca e di critica è sempre garantito),
ma nessuno può usarla per venderci sopra qualcosa o per creare un movimento
politico concorrente.
Il mito della scienza "gratuita" è ben altra cosa.
Hai citato i grandi scienziati che hanno donato le loro scoperte (pensa a Jonas Salk con il vaccino contro la poliomielite o a Sir Tim Berners-Lee con il World Wide Web).
Il loro esempio è nobilissimo, ma purtroppo oggi anche il
mondo della scienza è dominato dai brevetti.
Le università e le multinazionali farmaceutiche depositano
migliaia di brevetti ogni anno per proteggere i propri investimenti miliardari.
La scienza puramente "amorevole" è un ideale meraviglioso, ma
purtroppo sempre più raro.
In definitiva, hai ragione: vedere la lingua e le parole
d'uso comune "recintate" da legali e politici fa un certo effetto.
È il risultato di una politica che ha mutuato le tecniche di marketing dalle grandi aziende aziendali, dove l'immagine e lo slogan contano più del programma.
Comunque, la legge tutela categoricamente il diritto di
satira e la libertà di parola, e le garantisce come diritti fondamentali che
prevalgono sulle tutele dei marchi commerciali o politici.
In Italia, la libertà di espressione è sancita dall'Articolo 21 della Costituzione, mentre il diritto di satira è una sua specifica derivazione, protetto anche dagli articoli 9 e 33 (che tutelano lo sviluppo della cultura e la libertà dell'arte).
Ecco come la legge bilancia la tutela di un marchio (come lo
slogan di un politico) con il diritto dei cittadini e dei comici di parlarne,
criticarlo o fare ironia:
- 1. Il diritto di cronaca e di critica
La registrazione di un marchio non impedisce a nessuno di
pronunciare o scrivere quella frase. Un cittadino, un giornalista o un blogger
può liberamente citare lo slogan "Io sono..." in un articolo, in un
post sui social o in una discussione al bar. Il codice della proprietà
industriale vieta l'uso del marchio solo "nell'attività economica"
per trarne un vantaggio commerciale confusionario o per fare concorrenza
sleale.
n 2. La satira ha una tutela speciale
La satira gode di uno statuto di protezione molto ampio in
giurisprudenza. Per sua natura, la satira deve poter utilizzare i simboli, i
nomi e le frasi celebri del potere per poterlo sbeffeggiare. I tribunali
(inclusa la Corte di Cassazione) hanno stabilito che la satira non viola il
diritto d'autore o di marchio purché rispetti due requisiti:
primo. La notorietà del fatto: Il personaggio o lo slogan
devono essere pubblicamente noti (e un leader politico lo è per definizione).
Secondo. La finalità ironica o burlesca: Lo scopo deve
essere chiaramente quello di far ridere, far riflettere o criticare, e non
quello di ingannare il consumatore vendendo un prodotto contraffatto.
n 3. Il caso dei meme e del merchandising satirico
Se un comico fa una parodia in TV usando lo slogan del
politico, è protetto al 100% dal diritto di satira.
La situazione si fa leggermente più complessa se si stampano magliette satiriche per venderle: anche in quel caso la giurisprudenza tende a tutelare l'espressione artistica e di critica, a patto che sia evidente che la maglietta è una parodia e non un prodotto ufficiale del partito politico.
In sintesi, non devi avere paura di usare i puntini
sospensivi per timore di una citazione legale: la satira e il dibattito
politico non possono essere "recintati" da un brevetto o da un
marchio. Il politico può impedire a un rivale di fondare un partito con lo
stesso nome, ma non potrà mai impedire ai cittadini di ironizzare sulle sue
parole.
