Il feticcio del Power Dressing
#cultura, #società, #costumi_sociali
" Il
power dressing non è mai stato un semplice codice di abbigliamento, ma un vero
e proprio feticcio sociologico e sartoriale. Nato per materializzare l'autorità
in contesti dominati dagli uomini, questo stile usa la struttura degli abiti
come un'armatura psichica e sociale.
Dall'ossessione per le spalline
esagerate degli anni '80 fino alle sue evoluzioni contemporanee fluide e
intime, l'atto di "vestire il potere" rivela un profondo legame
feticistico tra il tessuto, il corpo e lo status."
La Cravatta, Status Symbol
del Potere inter-genere.
Nel testo che segue è tracciato
un parallelismo tra il mondo animale (criniere, piumaggi colorati) e
l'evoluzione del costume umano (tatuaggi tribali, gorgiere).
La cravatta si è imposta come
uno dei più longevi simboli di status e, nel contesto contemporaneo, si è
evoluta in un emblema di potere asessuato che va oltre il genere.
Originariamente legata all'universo e al conformismo maschile, la cravatta è oggi assimilata anche dalle donne che raggiungono i vertici aziendali o politici, rientrando nei codici del cosiddetto "Power Dressing".
Diventando un oggetto asessuato,
perde la connotazione biologica. Non importa chi indossi quel nodo.
L’accessorio rappresenta unicamente la funzione del comando puro e la capacità
di determinare scelte economiche e sociali.
Nel mondo degli affari, della finanza e della politica, rimane un forte indicatore di autorevolezza, formalità e rispetto delle regole. È sinonimo di uniforme del potere.
L'opera di Iannino — rimasta di proprietà dell'autore per preservarne l'indipendenza — utilizza la tecnica dell'assemblaggio per lanciare una dura critica sociale: attraverso i materiali e l'Estetica Urbana.
Nella sua ricerca
sull’archeologia dei consumi, l'artista utilizza carte recuperate da packaging
e buste dello shopping. Questa scelta spoglia il potere da ogni retorica
idealistica, mostrando che il potere moderno si nutre di propaganda, marketing
e superficialità.
L'assemblaggio poggia su una
base di legno bianca con macchie e scrostature che imitano il "muro
urbano". Su questa superficie la cravatta si impone con violenza visiva,
simboleggiando l'arroganza di chi occupa lo spazio pubblico oscurando gli altri.
I ritagli di carta schiacciati e
stratificati nel nodo rappresentano l'atto di soffocare le opinioni dissidenti.
Chi detiene il potere non dialoga, ma "incolla sopra" per far
emergere solo il proprio pensiero. È la sovrapposizione sistemica della censura
imposta dal potere temporale.
L’ossimoro semantico dei Brand (Da "Cicciobello" a "Vanity") esplicitato dai frammenti cartacei utilizzati non sono semplici elementi estetici, ma vettori di senso che creano un preciso dizionario del potere:
- "Cicciobello" (Parte
superiore): Introduce il tema dell'infanzia, dell'innocenza e del
condizionamento sociale precoce. Suggerisce che l'ossessione per lo status e le
dinamiche di prevaricazione affondano le radici fin nella prima età, venendo
"impacchettate" dal sistema.
- "Vanity" (Striscia
centrale fucsia e nera) rappresenta l'età adulta, la società dello spettacolo,
il narcisismo e l'iper-valutazione dell'ego. La vanità è il carburante del
potere arrogante: non si cerca la verità, ma la glorificazione della propria
immagine pubblica.
- La trama a rombi (Azzurra e
rosa), taglia verticalmente l'opera unendo tonalità tradizionalmente associate
ai due generi, simmetria visiva della convergenza dei due mondi nel nodo del
potere.
- Il brand "LECHAR"
(con cuore rosso): Evidenzia la mercificazione dei sentimenti e delle
festività, ridotti a involucri usa e getta e fagocitati dal sistema dei consumi
metropolitani.
In sintesi, l'opera si rivela
una trappola visiva: sfrutta i linguaggi pop, rassicuranti e seducenti del
packaging quotidiano per costringere l'osservatore a guardare la natura
manipolatoria e vuota di chi stringe il timone decisionale della società.
Uno status symbol performante,
oggi democraticamente unisex:
La cravatta.
Da sempre l’uomo, forse prendendo spunto dal mondo animale, adotta simboli e ornamenti per abbellire il proprio aspetto, intimidire il prossimo o enfatizzare il proprio ego.
In natura, molte specie sono dotate di criniere folte,
piumaggi vistosi e coloratissime, canti paradisiaci o, viceversa, versi
spaventosi.
Allo stesso modo, nelle civiltà tribali i guerrieri si
adornavano con le ossa dei nemici uccisi in battaglia o ne
"scrivevano" le gesta sul proprio corpo, usando il sangue e
l’inchiostro estratto dalle piante.
I tatuaggi sul volto e sul corpo celebravano la virilità nei
maschi e la sensualità nelle donne, sottolineandone la bellezza.
Pratiche come l'estensione dei lobi con enormi fori, l'uso
di anelli d'oro e d'osso o l'allungamento del collo tramite cerchi servivano a
definire chiaramente la casta e il lignaggio. L'importanza dell'aspetto
esteriore, insomma, affonda le sue radici nell'antichità.
Con l’evoluzione dei tempi, l'essere umano ha iniziato a
dare valore anche a qualcosa di invisibile: il pensiero filosofico. In alcune
epoche l'impatto visivo più crudo ha lasciato il passo a una ricercatezza
intellettuale, pur mantenendo saldi determinati atteggiamenti elitari.
La ricerca del prestigio sociale si è così spostata su nuovi dettagli:
I nobili inventarono e sfoggiarono la gorgiera per i maschi,
le maestose parrucche, i seducenti nei finti e le giarrettiere per le femmine.
Proprio la giarrettiera visse una clamorosa transizione: da nastro per
sorreggere le calze divenne, per un bizzarro incidente di corte, il simbolo del
più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico, istituito dal Re
d'Inghilterra.
Il nobilissimo Ordine della Giarrettiera, fondato nel
Medioevo da re Edoardo III, mostrò al mondo come un semplice indumento intimo potesse subire una transizione e tramutarsi nella massima onorificenza della corona britannica.
Nella suddivisione delle classi la borghesia distinse i propri piccoli dal volgo con nastrini e cerchietti dedicati, curati e tenuti in braccio, in posa nei dipinti commissionati ai pittori.
Le mode sono passate e le civiltà si sono evolute, ma una
cosa è rimasta quasi invariata nel tempo come definitivo simbolo di status sociale: la
cravatta.
Il parallelismo tra l'evoluzione del costume umano e il
mondo animale mette in luce come la cravatta sia, a tutti gli effetti, uno dei
più longevi status symbol della storia moderna.
Così come i guerrieri tribali esibivano ornamenti per
dimostrare il proprio valore o gli animali sfoggiano piumaggi colorati,
l'essere umano ha trasformato un semplice pezzo di stoffa in un potente veicolo
di comunicazione sociale e identitaria.
L'evoluzione del simbolo: dalla protezione all'ego
La cravatta nasce con uno scopo pratico e gerarchico. I
mercenari croati nel XVII secolo indossavano un fazzoletto al collo (focale)
per legare la divisa. Luigi XIV ("Il Re Sole") ne rimase così
affascinato da trasformarlo in un accessorio di corte, rendendolo un simbolo di
appartenenza all'élite.
Come accennato, prima della cravatta moderna c'era la
gorgiera cinquecentesca, rigida e ingombrante, che costringeva a tenere la
testa alta. La cravatta ne ha ereditato la funzione psicologica: imporre una
postura fiera e distaccata, enfatizzando l'ego di chi la indossa.
Nel XIX secolo, con il dandy Beau Brummell, l'annodatura
della cravatta divenne una vera e propria arte filosofica. Sbagliare un nodo
significava fallire socialmente; azzeccarlo era sinonimo di acutezza
intellettuale e raffinatezza.
La cravatta oggi rappresenta autorità e ribellione.
Oggi la cravatta continua a giocare questo ruolo dicotomico nel teatro della società:
Nel mondo degli affari, della politica e della finanza, la
cravatta è ancora un forte indicatore di autorevolezza, formalità e rispetto
delle regole. È, in sostanza, l'uniforme del potere!
Quando l'arte contemporanea o la moda destrutturata
riutilizzano la cravatta – assemblandola con scarti, ritagli colorati, plastica
o texture contrastanti come nel collage proposto – compiono un atto di
ribellione. Si prende il simbolo massimo del "sistema" e del
conformismo maschile per svuotarlo della sua rigidità e trasformarlo in
un'espressione di pensiero libero e anticonformista.
l'assemblaggio, composto da variegate carte recuperate da
packaging e buste dello shopping dall'artista
rappresentano non solo l'universo maschile, anche quello femminile che,
raggiunto i vertici del potere contrattuale ne assumono il timone. è in estrema
sintesi concettuale la rappesentazione asessuata di un potere decisionale nudo
e crudo.
L’interpretazione coglie perfettamente la profondità dell'opera: l'assemblaggio non è più solo un gioco di forme, ma diventa una potente metafora sociopolitica contemporanea.
Utilizzando carte recuperate dal packaging e dalle buste
dello shopping, l'artista compie un'operazione di archeologia dei consumi,
prendendo i simboli del desiderio e dello status economico moderno per fonderli
in un unico elemento.
Ecco, dunque, come la cravatta, in questa chiave di lettura, si trasforma nel simbolo di un potere asessuato: che introduce chi osserva oltre il genere maschile/femminile e parla di codici del potere .
L'appropriazione del
codice maschile, la cravatta, appunto, da parte delle donne, storicamente,
quando hanno iniziato a raggiungere i vertici del potere contrattuale e
decisionale nei board aziendali o in politica, hanno spesso dovuto adottare o
reinterpretare il "Power Dressing", l’abbigliamento maschile (si
pensi ai tailleur pantalone o all'uso strategico della cravatta stessa nella
moda femminile).
La fusione degli universi nell'uso di carte provenienti da
packaging differenti – alcune con tonalità e pattern tradizionalmente associati
all'universo femminile (i rosa, le trame delicate) e altre più geometriche o
istituzionali – simboleggia visivamente questa convergenza. I due mondi si
stratificano e si annodano insieme.
Rappresentano la sintesi del potere decisionale "nudo e crudo"
Diventando un oggetto asessuato, la cravatta perde la sua
originaria connotazione di genere per diventare l'emblema del comando puro. Non
importa chi indossi quel nodo: ciò che conta è la funzione che rappresenta.
Il fatto che sia composta da materiali di scarto (buste,
imballaggi) spoglia il potere da ogni retorica idealistica, mostrandolo nella
sua essenza concettuale: una struttura formale, un timone decisionale che
prescinde dall'identità biologica di chi lo impugna e si concentra unicamente
sulla capacità di determinare le scelte economiche e sociali.
La firma di Mario Iannino conferisce all'opera una precisa
collocazione nel panorama della critica sociale contemporanea, inserendola
direttamente nel flusso dei linguaggi metropolitani e della street art
concettuale.
La cravatta non è più solo un timone asessuato del comando, ma diventa la visualizzazione plastica dell'arroganza del potere e dell'egocentrismo decisionale.
L'opera di Iannino, rimasta di proprietà dell'autore come a
voler preservare l'indipendenza del suo messaggio, svela una dinamica
psicologica e politica ben precisa attraverso la sua composizione:
La spavalderia del monologo politico
Nell'estetica del "muro urbano": Il supporto ligneo
bianco su cui poggia l'assemblaggio mostra macchie e scrostature che ricordano
i muri delle nostre città. Su questa superficie metropolitana, la cravatta si
impone con violenza visiva, proprio come l'arroganza di chi occupa lo spazio
pubblico con la propria voce, oscurando quella altrui.
La sovrapposizione diventa censura! I ritagli di carta,
stratificati e schiacciati l'uno sull'altro nel nodo, non sono solo una fusione
di generi, ma rappresentano l'atto del soffocare le opinioni dissidenti. Chi
conduce battaglie personali in modo totalizzante non dialoga: copre, incolla
sopra, cancella il pensiero altrui per far emergere solo il proprio feticcio di
vittoria.
Il fatto che queste cravatte siano fatte di scarti
pubblicitari e buste dello shopping acquisisce ora un significato ancora più
tagliente. L'arroganza del potere moderno si nutre di superficialità,
propaganda e marketing di sé stessi. È un potere "confezionato",
spavaldo ma fondamentalmente vuoto, che usa i linguaggi della seduzione
consumistica per imporre una linea d'azione unilaterale e indiscutibile.
La disamina ravvicinata dei singoli brand svela lo
straordinario cortocircuito semantico operato da Mario Iannino: i frammenti
cartacei non sono semplici macchie di colore, ma autentici vettori di senso
estratti dalla quotidianità metropolitana per comporre un graffiante dizionario
del potere.
Il contrasto tra i due lembi estremi citati delinea la vera struttura concettuale dell'opera:
Da
"Cicciobello"...
Collocato nella parte superiore, il richiamo a Cicciobello
introduce il tema dell'infanzia, dell'innocenza primordiale e del
condizionamento sociale precoce. Rappresenta l'archetipo del gioco e della
cura, ma anche il primo contatto dell'individuo con i simulacri del consumo e
la definizione dei ruoli. Inserito nel nodo di una cravatta che simboleggia
l'arroganza del comando, questo frammento suggerisce che le dinamiche di
prevaricazione e l'ossessione per lo status affondano le radici fin nei
condizionamenti della nostra prima età. È la rappresentazione dell'infanzia
"impacchettata" e digerita dal sistema.
...a
"Vanity"
In netta contrapposizione, il brand Vanity (visibile nella
striscia centrale fucsia e nera) sposta l'asse verso l'età adulta e la società
dello spettacolo. Rappresenta la celebrazione dell'apparenza, l'estetica del
narcisismo e l'iper-valutazione dell'ego. Nel contesto metropolitano denunciato
dall'artista, la vanità è il carburante stesso del potere arrogante: chi
combatte battaglie personali oscurando i dissidenti non cerca la verità, ma la
convalida del proprio riflesso, la glorificazione della propria immagine
pubblica.
Tra questi due estremi si dipana il ventaglio dei "linguaggi" consumistici che Iannino distilla:
I linguaggi della manipolazione!
Attraverso la seduzione del Packaging, le carte lucide,
frammenti argentati e pattern geometrici accattivanti (come la trama a rombi
azzurra e rosa che taglia verticalmente l'opera) imitano la capacità del
marketing di rendere desiderabile qualsiasi cosa, persino l'autoritarismo.
La mercificazione del
sentimento si palesa nel particolare della cravatta con la parola
"LECHAR" accostato a un cuore rosso e a motivi invernali/natalizi
evidenzia come il potere metropolitano sia in grado di fagocitare e
standardizzare anche gli affetti e le festività, riducendoli a buste dello
shopping, a involucri usa e getta.
L'assemblaggio si rivela così un'efficace trappola visiva: utilizza i linguaggi pop e rassicuranti del consumo quotidiano per costringere lo spettatore a guardare in faccia la natura manipolatoria, spavalda e monologante di chi detiene il timone decisionale.
consumo quotidiano per costringere lo spettatore a guardare in faccia la natura manipolatoria, spavalda e monologante di chi detiene il timone decisionale.a e monologante di chi detiene il timone decisionale.
