Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

Esplora i Luoghi
Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Il feticcio del Power Dressing

#cultura, #società, #costumi_sociali


" Il power dressing non è mai stato un semplice codice di abbigliamento, ma un vero e proprio feticcio sociologico e sartoriale. Nato per materializzare l'autorità in contesti dominati dagli uomini, questo stile usa la struttura degli abiti come un'armatura psichica e sociale.

Dall'ossessione per le spalline esagerate degli anni '80 fino alle sue evoluzioni contemporanee fluide e intime, l'atto di "vestire il potere" rivela un profondo legame feticistico tra il tessuto, il corpo e lo status."

La Cravatta, Status Symbol 

del Potere inter-genere.

Nel testo che segue è tracciato un parallelismo tra il mondo animale (criniere, piumaggi colorati) e l'evoluzione del costume umano (tatuaggi tribali, gorgiere).

La cravatta si è imposta come uno dei più longevi simboli di status e, nel contesto contemporaneo, si è evoluta in un emblema di potere asessuato che va oltre il genere.

Originariamente legata all'universo e al conformismo maschile, la cravatta è oggi assimilata anche dalle donne che raggiungono i vertici aziendali o politici, rientrando nei codici del cosiddetto "Power Dressing".

Diventando un oggetto asessuato, perde la connotazione biologica. Non importa chi indossi quel nodo. L’accessorio rappresenta unicamente la funzione del comando puro e la capacità di determinare scelte economiche e sociali.

Nel mondo degli affari, della finanza e della politica, rimane un forte indicatore di autorevolezza, formalità e rispetto delle regole. È sinonimo di uniforme del potere.

 


L'opera di Iannino — rimasta di proprietà dell'autore per preservarne l'indipendenza — utilizza la tecnica dell'assemblaggio per lanciare una dura critica sociale: attraverso i materiali e l'Estetica Urbana.

 

Nella sua ricerca sull’archeologia dei consumi, l'artista utilizza carte recuperate da packaging e buste dello shopping. Questa scelta spoglia il potere da ogni retorica idealistica, mostrando che il potere moderno si nutre di propaganda, marketing e superficialità.

L'assemblaggio poggia su una base di legno bianca con macchie e scrostature che imitano il "muro urbano". Su questa superficie la cravatta si impone con violenza visiva, simboleggiando l'arroganza di chi occupa lo spazio pubblico oscurando gli altri.

I ritagli di carta schiacciati e stratificati nel nodo rappresentano l'atto di soffocare le opinioni dissidenti. Chi detiene il potere non dialoga, ma "incolla sopra" per far emergere solo il proprio pensiero. È la sovrapposizione sistemica della censura imposta dal potere temporale.

 

L’ossimoro semantico dei Brand (Da "Cicciobello" a "Vanity") esplicitato dai frammenti cartacei utilizzati non sono semplici elementi estetici, ma vettori di senso che creano un preciso dizionario del potere:

 

- "Cicciobello" (Parte superiore): Introduce il tema dell'infanzia, dell'innocenza e del condizionamento sociale precoce. Suggerisce che l'ossessione per lo status e le dinamiche di prevaricazione affondano le radici fin nella prima età, venendo "impacchettate" dal sistema.

- "Vanity" (Striscia centrale fucsia e nera) rappresenta l'età adulta, la società dello spettacolo, il narcisismo e l'iper-valutazione dell'ego. La vanità è il carburante del potere arrogante: non si cerca la verità, ma la glorificazione della propria immagine pubblica.

- La trama a rombi (Azzurra e rosa), taglia verticalmente l'opera unendo tonalità tradizionalmente associate ai due generi, simmetria visiva della convergenza dei due mondi nel nodo del potere.

- Il brand "LECHAR" (con cuore rosso): Evidenzia la mercificazione dei sentimenti e delle festività, ridotti a involucri usa e getta e fagocitati dal sistema dei consumi metropolitani.

 

In sintesi, l'opera si rivela una trappola visiva: sfrutta i linguaggi pop, rassicuranti e seducenti del packaging quotidiano per costringere l'osservatore a guardare la natura manipolatoria e vuota di chi stringe il timone decisionale della società.

 

 

 

Uno status symbol performante, 

oggi democraticamente unisex:

 La cravatta.

Da sempre l’uomo, forse prendendo spunto dal mondo animale, adotta simboli e ornamenti per abbellire il proprio aspetto, intimidire il prossimo o enfatizzare il proprio ego.

In natura, molte specie sono dotate di criniere folte, piumaggi vistosi e coloratissime, canti paradisiaci o, viceversa, versi spaventosi.

Allo stesso modo, nelle civiltà tribali i guerrieri si adornavano con le ossa dei nemici uccisi in battaglia o ne "scrivevano" le gesta sul proprio corpo, usando il sangue e l’inchiostro estratto dalle piante.

I tatuaggi sul volto e sul corpo celebravano la virilità nei maschi e la sensualità nelle donne, sottolineandone la bellezza.

Pratiche come l'estensione dei lobi con enormi fori, l'uso di anelli d'oro e d'osso o l'allungamento del collo tramite cerchi servivano a definire chiaramente la casta e il lignaggio. L'importanza dell'aspetto esteriore, insomma, affonda le sue radici nell'antichità.

Con l’evoluzione dei tempi, l'essere umano ha iniziato a dare valore anche a qualcosa di invisibile: il pensiero filosofico. In alcune epoche l'impatto visivo più crudo ha lasciato il passo a una ricercatezza intellettuale, pur mantenendo saldi determinati atteggiamenti elitari.

La ricerca del prestigio sociale si è così spostata su nuovi dettagli:

I nobili inventarono e sfoggiarono la gorgiera per i maschi, le maestose parrucche, i seducenti nei finti e le giarrettiere per le femmine. Proprio la giarrettiera visse una clamorosa transizione: da nastro per sorreggere le calze divenne, per un bizzarro incidente di corte, il simbolo del più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico, istituito dal Re d'Inghilterra.

Il nobilissimo Ordine della Giarrettiera, fondato nel Medioevo da re Edoardo III, mostrò al mondo come un semplice indumento intimo potesse subire una transizione e tramutarsi nella massima onorificenza della corona britannica.

Nella suddivisione delle classi la borghesia distinse i propri piccoli dal volgo con nastrini e cerchietti dedicati, curati e tenuti in braccio,  in posa nei dipinti commissionati ai pittori. 

 

Le mode sono passate e le civiltà si sono evolute, ma una cosa è rimasta quasi invariata nel tempo come definitivo simbolo di status sociale: la cravatta.

 

Il parallelismo tra l'evoluzione del costume umano e il mondo animale mette in luce come la cravatta sia, a tutti gli effetti, uno dei più longevi status symbol della storia moderna.

Così come i guerrieri tribali esibivano ornamenti per dimostrare il proprio valore o gli animali sfoggiano piumaggi colorati, l'essere umano ha trasformato un semplice pezzo di stoffa in un potente veicolo di comunicazione sociale e identitaria.

L'evoluzione del simbolo: dalla protezione all'ego

 

La cravatta nasce con uno scopo pratico e gerarchico. I mercenari croati nel XVII secolo indossavano un fazzoletto al collo (focale) per legare la divisa. Luigi XIV ("Il Re Sole") ne rimase così affascinato da trasformarlo in un accessorio di corte, rendendolo un simbolo di appartenenza all'élite.

Come accennato, prima della cravatta moderna c'era la gorgiera cinquecentesca, rigida e ingombrante, che costringeva a tenere la testa alta. La cravatta ne ha ereditato la funzione psicologica: imporre una postura fiera e distaccata, enfatizzando l'ego di chi la indossa.

Nel XIX secolo, con il dandy Beau Brummell, l'annodatura della cravatta divenne una vera e propria arte filosofica. Sbagliare un nodo significava fallire socialmente; azzeccarlo era sinonimo di acutezza intellettuale e raffinatezza.

 

La cravatta oggi rappresenta autorità e ribellione.

Oggi la cravatta continua a giocare questo ruolo dicotomico nel teatro della società:

 

Nel mondo degli affari, della politica e della finanza, la cravatta è ancora un forte indicatore di autorevolezza, formalità e rispetto delle regole. È, in sostanza, l'uniforme del potere!

Quando l'arte contemporanea o la moda destrutturata riutilizzano la cravatta – assemblandola con scarti, ritagli colorati, plastica o texture contrastanti come nel collage proposto – compiono un atto di ribellione. Si prende il simbolo massimo del "sistema" e del conformismo maschile per svuotarlo della sua rigidità e trasformarlo in un'espressione di pensiero libero e anticonformista.  

l'assemblaggio, composto da variegate carte recuperate da packaging e buste dello shopping dall'artista  rappresentano non solo l'universo maschile, anche quello femminile che, raggiunto i vertici del potere contrattuale ne assumono il timone. è in estrema sintesi concettuale la rappesentazione asessuata di un potere decisionale nudo e crudo.

 

L’interpretazione coglie perfettamente la profondità dell'opera: l'assemblaggio non è più solo un gioco di forme, ma diventa una potente metafora sociopolitica contemporanea.

Utilizzando carte recuperate dal packaging e dalle buste dello shopping, l'artista compie un'operazione di archeologia dei consumi, prendendo i simboli del desiderio e dello status economico moderno per fonderli in un unico elemento.

Ecco, dunque, come la cravatta, in questa chiave di lettura, si trasforma nel simbolo di un potere asessuato: che introduce chi osserva oltre il genere maschile/femminile e parla di codici del potere .

 

 L'appropriazione del codice maschile, la cravatta, appunto, da parte delle donne, storicamente, quando hanno iniziato a raggiungere i vertici del potere contrattuale e decisionale nei board aziendali o in politica, hanno spesso dovuto adottare o reinterpretare il "Power Dressing", l’abbigliamento maschile (si pensi ai tailleur pantalone o all'uso strategico della cravatta stessa nella moda femminile).

La fusione degli universi nell'uso di carte provenienti da packaging differenti – alcune con tonalità e pattern tradizionalmente associati all'universo femminile (i rosa, le trame delicate) e altre più geometriche o istituzionali – simboleggia visivamente questa convergenza. I due mondi si stratificano e si annodano insieme.

 

Rappresentano la sintesi del potere decisionale "nudo e crudo"

Diventando un oggetto asessuato, la cravatta perde la sua originaria connotazione di genere per diventare l'emblema del comando puro. Non importa chi indossi quel nodo: ciò che conta è la funzione che rappresenta.

Il fatto che sia composta da materiali di scarto (buste, imballaggi) spoglia il potere da ogni retorica idealistica, mostrandolo nella sua essenza concettuale: una struttura formale, un timone decisionale che prescinde dall'identità biologica di chi lo impugna e si concentra unicamente sulla capacità di determinare le scelte economiche e sociali.

La firma di Mario Iannino conferisce all'opera una precisa collocazione nel panorama della critica sociale contemporanea, inserendola direttamente nel flusso dei linguaggi metropolitani e della street art concettuale.

La cravatta non è più solo un timone asessuato del comando, ma diventa la visualizzazione plastica dell'arroganza del potere e dell'egocentrismo decisionale.

L'opera di Iannino, rimasta di proprietà dell'autore come a voler preservare l'indipendenza del suo messaggio, svela una dinamica psicologica e politica ben precisa attraverso la sua composizione:

 La spavalderia del monologo politico

 

Nell'estetica del "muro urbano": Il supporto ligneo bianco su cui poggia l'assemblaggio mostra macchie e scrostature che ricordano i muri delle nostre città. Su questa superficie metropolitana, la cravatta si impone con violenza visiva, proprio come l'arroganza di chi occupa lo spazio pubblico con la propria voce, oscurando quella altrui.

La sovrapposizione diventa censura! I ritagli di carta, stratificati e schiacciati l'uno sull'altro nel nodo, non sono solo una fusione di generi, ma rappresentano l'atto del soffocare le opinioni dissidenti. Chi conduce battaglie personali in modo totalizzante non dialoga: copre, incolla sopra, cancella il pensiero altrui per far emergere solo il proprio feticcio di vittoria.

 

Il fatto che queste cravatte siano fatte di scarti pubblicitari e buste dello shopping acquisisce ora un significato ancora più tagliente. L'arroganza del potere moderno si nutre di superficialità, propaganda e marketing di sé stessi. È un potere "confezionato", spavaldo ma fondamentalmente vuoto, che usa i linguaggi della seduzione consumistica per imporre una linea d'azione unilaterale e indiscutibile.

La disamina ravvicinata dei singoli brand svela lo straordinario cortocircuito semantico operato da Mario Iannino: i frammenti cartacei non sono semplici macchie di colore, ma autentici vettori di senso estratti dalla quotidianità metropolitana per comporre un graffiante dizionario del potere.

Il contrasto tra i due lembi estremi citati delinea la vera struttura concettuale dell'opera:

 Da "Cicciobello"...

Collocato nella parte superiore, il richiamo a Cicciobello introduce il tema dell'infanzia, dell'innocenza primordiale e del condizionamento sociale precoce. Rappresenta l'archetipo del gioco e della cura, ma anche il primo contatto dell'individuo con i simulacri del consumo e la definizione dei ruoli. Inserito nel nodo di una cravatta che simboleggia l'arroganza del comando, questo frammento suggerisce che le dinamiche di prevaricazione e l'ossessione per lo status affondano le radici fin nei condizionamenti della nostra prima età. È la rappresentazione dell'infanzia "impacchettata" e digerita dal sistema.

 ...a "Vanity"

In netta contrapposizione, il brand Vanity (visibile nella striscia centrale fucsia e nera) sposta l'asse verso l'età adulta e la società dello spettacolo. Rappresenta la celebrazione dell'apparenza, l'estetica del narcisismo e l'iper-valutazione dell'ego. Nel contesto metropolitano denunciato dall'artista, la vanità è il carburante stesso del potere arrogante: chi combatte battaglie personali oscurando i dissidenti non cerca la verità, ma la convalida del proprio riflesso, la glorificazione della propria immagine pubblica.

Tra questi due estremi si dipana il ventaglio dei "linguaggi" consumistici che Iannino distilla:

I linguaggi della manipolazione!

Attraverso la seduzione del Packaging, le carte lucide, frammenti argentati e pattern geometrici accattivanti (come la trama a rombi azzurra e rosa che taglia verticalmente l'opera) imitano la capacità del marketing di rendere desiderabile qualsiasi cosa, persino l'autoritarismo.

 La mercificazione del sentimento si palesa nel particolare della cravatta con la parola "LECHAR" accostato a un cuore rosso e a motivi invernali/natalizi evidenzia come il potere metropolitano sia in grado di fagocitare e standardizzare anche gli affetti e le festività, riducendoli a buste dello shopping, a involucri usa e getta.

 

L'assemblaggio si rivela così un'efficace trappola visiva: utilizza i linguaggi pop e rassicuranti del consumo quotidiano per costringere lo spettatore a guardare in faccia la natura manipolatoria, spavalda e monologante di chi detiene il timone decisionale.






 consumo quotidiano per costringere lo spettatore a guardare in faccia la natura manipolatoria, spavalda e monologante di chi detiene il timone decisionale.a e monologante di chi detiene il timone decisionale.

Notizie, Racconti, Realtà dalla Calabria e oltre

Un archivio poetico di attualità, memorie, gesti e racconti che attraversano il tempo e la terra.

UNO SGUARDO SULLA CALABRIA E SUL MONDO

UNO SGUARDO SULLA CALABRIA E SUL MONDO
TRA LE PIETRE ANTICHE IL VERDE INCONTAMINATO E IL RESPIRO DEL MARE

ITINERARI SUGGERITI

ITINERARI SUGGERITI
PERCORSI SUGGERITI

La Cucina Calabrese

La Cucina Calabrese
Tradizioni ... di necessità virtù

Posta

chi siamo

Dietro le quinte

Chi Siamo & i Nostri Ringraziamenti

Il blog "A ore 12" è, fin dal 2009, uno spazio di cultura libera, indipendente e aperto a tutti. Non accettiamo finanziamenti, sponsorizzazioni o pubblicità. Ogni pagina nasce unicamente dall'amore per la bellezza e dal desiderio di essere utili alla collettività.

Oggi facciamo un'eccezione alla nostra linea editoriale per fare spazio a chi, ogni giorno e spesso nell'ombra, mette il cuore per rendere possibile tutto questo.

⚙️

Grazie a Manuela, L'Anima Tecnica

Un abbraccio speciale va a Manuela, la mente generosa che cura volontariamente tutta la struttura grafica del blog. Con competenza e pazienza infinita, fa sì che il sito si rinnovi costantemente attraverso:

  • Consigli preziosi per rendere la lettura rilassante e piacevole.
  • Layout su misura per far fluire i testi in modo chiaro e accessibile.
  • Grafiche curate che valorizzano i contenuti con eleganza, senza cedere al clickbait.
✍️

La Nostra "Famiglia": Collaboratori e Amici

Un grazie a Mario e Valentina, custodi del nostro prezioso archivio fotografico. Accanto si muove una bellissima rete di menti brillanti che arricchisce le aree di Opinione, Dati e Divulgazione.

Il nostro grazie più sincero racchiuso in un caloroso abbraccio avvolgente va a:

  • I compagni di viaggio storici: che mettono la firma, il volto e il pensiero su riflessioni profonde legate a politica, sanità, territorio e arte.
  • Chi collabora in silenzio: amici che per motivi personali, professionali o pura discrezione preferiscono non apparire. Il loro dono di idee e dati è un pilastro invisibile ma fondamentale.

divulghiamo bellezza!

a ore 12 ...at 12 o'clock ... Siamo in cerca della tua bellezza. Cerchiamo il fermento vitale, l’entropia di chi produce cultura per puro amore. Che sia cinema, pittura, fotografia, musica o poesia, inviaci i tuoi sogni e una breve nota. Se leggeremo bellezza ed empatia, saremo felici di darti voce con una nostra recensione. Senza filtri, senza padroni e senza inganni: non chiediamo contributi, quote di iscrizione o costi di pubblicazione. È un servizio alla collettività, offerto con la gratuità di chi crede ancora nel valore della Bellezza.