La lezione di Aldo Moro è sempre attuale
Il Sangue e la Polvere.
- Dall'anatema di Moro all'era del potere arbitrario: la fine dell'etica e il trionfo della politica spicciola-
- La faglia del 1978: il sacrificio dell'uomo sull'altare
della "Ragione" -
Nel contesto della storia politica italiana, il contrasto tra l’alto rigore morale del Novecento e le dinamiche del potere contemporaneo trova uno dei suoi punti di massima tensione drammatica e profetica nei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro e nel suo celebre anatema: «Il mio sangue cadrà su di voi».
L'esperienza del sequestro dello statista non rappresenta soltanto una ferita della Repubblica, ma lo spartiacque definitivo tra due modi di intendere lo Stato e la militanza. Nelle sue lettere dalla prigionia, l'angoscia del filosofo della libertà si trasforma in una lucida e spietata analisi geopolitica e interna.
Quando Moro scaglia il suo anatema contro la leadership del
suo stesso partito, non sta compiendo un atto di disperazione privata da uomo
debole e frustrato dalla situazione contingente.
Sta formalizzando una maledizione politica e storica. Egli
aveva compreso che la scelta della "linea della fermezza",
sbandierata come difesa impersonale delle istituzioni, nascondeva in realtà il
primo nucleo di un potere burocratico, cinico e sordo. Un potere pronto a
sacrificare il pensiero e l'umanità pur di preservare gli equilibri di un
sistema già logoro.
La profezia si sarebbe puntualmente avverata quindici anni
dopo, con il crollo definitivo della Prima Repubblica sotto i colpi dello
scandalo e della sfiducia popolare.
n L'avvento della "politica spicciola" e l'arbitrio decisionale
Se i leader del Novecento – pur nelle loro aspre e talvolta
drammatiche contraddizioni – agivano mossi da grandi visioni ideologiche,
teologiche o sociali (dal cattolicesimo democratico al socialismo, passando per
il comunismo berlingueriano), la scena contemporanea appare dominata da una
politica spicciola.
Oggi si è dominati dalla perdita della visione a lungo termine.
Il potere decisionale
odierno non risponde più a progetti di emancipazione sociale o di costruzione
costituzionale. È un potere frammentato che si consuma nell’immediato presente,
interamente schiacciato sul consenso quotidiano, sui sondaggi e sulle logiche
algoritmiche dei mass-media.
Questo arbitrio assume tratti quasi blasfemi nel momento in
cui una politica svuotata di senso profana i testi sacri della convivenza
democratica. Le istituzioni non sono più percepite come un limite invalicabile
o come la "casa comune" da servire con disciplina e onore – come Moro
insegnava dalla sua cattedra universitaria e parlamentare – ma come strumenti
provvisori da occupare e piegare a interessi di parte.
In questo scenario la mediazione cede il passo allo slogan e
il pensiero complesso viene sistematicamente bandito.
Il vuoto etico e la cecità del presente regnano sovrani.
L'eredità più pesante del crollo delle culture politiche del
Novecento consiste nel totale disancoramento dall’etica morale condivisa.
Nella staticità e nel cinismo del potere attuale, manca del tutto quell'«ansia di rinnovamento» e quella capacità di ascolto che Moro riconosceva persino nelle spinte caotiche delle contestazioni giovanili.
La classe dirigente contemporanea appare spesso sorda e
cieca dinanzi alle reali mutazioni della società.
L'etica della responsabilità – intesa come il farsi carico
del destino dell'altro, dei diritti dei popoli e della pace internazionale – è
stata sostituita da un pragmatismo tecnocratico o da un populismo urlato.
Entrambi sono incapaci di "aprire le finestre del potere per far entrare
aria nuova".
Occorre liberare il pensiero per ritrovare il futuro!
E assecondare un necessario richiamo alla responsabilità.
Rileggere Moro oggi, attraverso la recente pubblicazione della sua opera omnia,
non significa indulgere nella nostalgia di un passato idealizzato.
Significa utilizzare la sua "serenità angosciosa"
come uno specchio critico per il presente.
Il sangue del Novecento cade ancora sulle macerie di una
politica che ha dimenticato la centralità della persona umana.
Per sottrarsi al dominio dell'arbitrio e della
superficialità, diventa urgente che la cultura torni a fecondare l'azione
pubblica.
Solo restituendo profondità al pensiero politico,
soprattutto tra le nuove generazioni, sarà possibile sottrarre le istituzioni
alla "politica spicciola" e rimettersi finalmente «alla ricerca della
bellezza».