Giorgia vista da Dario Fo
Ho visto un re, va be’… così iniziava una canzone satirica di Dario Fo, e ogni volta che vedo in tv determinati personaggi mi torna in mente.
È una reazione naturale, la mia che non discosta dalle altre consimili: "Ho visto un re" è un capolavoro assoluto della satira italiana. Scritta originariamente da Dario Fo per lo spettacolo teatrale “Ci ragiono e canto (1966)” e resa immortale dall'interpretazione di Enzo Jannacci nel 1968, la canzone descrive perfettamente quel meccanismo di potere ancora oggi attualissimo.
Il cuore del brano, scandito dal celebre e rassegnato "Ah, beh; sì, beh...", mette in luce l'incredibile ipocrisia dei potenti (il re, l'imperatore, il vescovo, il cardinale e più che mai i politici al potere dopo le innumerevoli promesse mancate).
Nella finzione satirica, i ricchi piangono e si disperano
per aver perso un privilegio, mentre il popolo (rappresentato dal contadino) è
costretto non solo a subire i veri danni materiali, ma persino a mostrarsi
allegro per non turbare o far piangere i signori.
Il "tasso di lesa maestà" era così alto che la Rai censurò il brano, impedendo a Jannacci di cantarlo alla finale di Canzonissima 1968.
Quando in TV sfilano determinati personaggi che si lamentano
di futilità o pretendono gratitudine mentre le persone comuni affrontano i
problemi reali, quel contrasto surreale torna inevitabilmente a galla.
La meloni è una di queste. la meloni è una di queste personalità. ricordo anche lei quando con livore diceva: se metto dieci euro di benzina li voglio tutti nel mio serbatorio...
La memoria non m’inganna affatto!
Nel celeberrimo video del 2019 una Giorgia Meloni
all'opposizione faceva campagna elettorale ferma davanti a una pompa di benzina.
Nel video originale, la leader di Fratelli d'Italia non
parlava di 10 euro, ma la sostanza del suo sfogo (e la cifra tonda) era
identica: metteva in scena un rifornimento da 50 euro. Con forte enfasi
polemica spiegava che, di quei 50 euro, solo 15 andavano effettivamente nel
carburante e al benzinaio, mentre ben 35 euro finivano dritti allo Stato sotto
forma di IVA e accise. Le sue parole esatte furono: «Noi pretendiamo che le
accise vengano progressivamente abolite [...] quando io faccio 50 euro di benzina,
il grosso deve finire nella mia macchina, non in quella dello Stato».
nel parallelismo con la canzone di Dario il cambio di prospettiva del "Re" è lampante! Una volta salita al governo nel 2022, la Premier si è trovata a gestire i conti pubblici e ha dovuto fare i conti con la realtà macroeconomica. Non solo il taglio temporaneo delle accise introdotto dal governo Draghi non è stato rinnovato, ma i prezzi dei carburanti sono rimasti alti. Stamane la tregua è cessata e i carburanti sono schizzati in avanti.
La giustificazione della Giorgia nazionalpopolare, quando le
è stato rinfacciato quel video, la Premier si è difesa spiegando in una diretta
social che "quel video era del 2019" e che nel frattempo, a causa
della crisi e del quadro internazionale, il mondo e le priorità economiche
erano totalmente cambiati.
Proprio come nella satira di "Ho visto un re", le vibranti proteste di chi sta in basso o all'opposizione svaniscono non appena si entra nelle "stanze del re", dove le esigenze dello Stato e delle casse pubbliche finiscono per avere la precedenza sulle promesse fatte ai cittadini alla pompa di benzina.
La dinamica del "promettere dal basso e dimenticare
dall'alto" è ormai una costante inevitabile della politica moderna… mah,
ho visto un re, aibò che be’, anzi una reginella … che sfila in passerella
griffata e ben curata…
L'evoluzione da leader "di lotta" a figura "di governo" passa inevitabilmente anche attraverso l'immagine, trasformando quella che Dario Fo avrebbe definito una popolana in una "reginella" del power dressing.
Il contrasto visivo è netto e riflette perfettamente la dinamica della canzone:
Ieri: nei video d'opposizione (come quello alla pompa di
benzina) lo stile comunicativo puntava sulla vicinanza al "popolo
minuto", presentandosi spesso con un look aggressivo, toni cupi, giubbotti
e stivali neri.
Oggi, salita al trono
di Palazzo Chigi, la metamorfosi istituzionale ha visto sfilare una collezione
di tailleur sartoriali d'alta moda, tonalità pastello e completi firmati da
grandi nomi del Made in Italy come Giorgio Armani ed Ermanno Scervino fino alle
apparizioni blindatissime alle cene di gala della Milano Fashion .
La satira di "Ho visto un re" colpisce ancora: il potere, per essere esercitato e accreditato nei salotti internazionali (come i vertici del G7), deve necessariamente indossare l'uniforme dei "signori", allontanandosi anche esteticamente dalla tuta da lavoro del contadino o dell'automobilista che paga le accise.
E mentre l’accuratissimo cambio di guardaroba, che sembra essere
un'esigenza di etichetta istituzionale nei confronti degli altri Stati, rischia
di accentuare quel distacco dai problemi quotidiani denunciato nella canzone.
Il parallelismo tracciato coglie nel segno una delle dinamiche più antiche e studiate della sociologia politica: il passaggio dalla "politica del megafono" alla "politica del palazzo".
È la classica parabola del populismo di lotta che si
trasforma in pragmatismo di governo. Quando un leader si muove all'opposizione,
parla la lingua del "contadino" della canzone di Dario Fo: denuncia
le ingiustizie, indica lo Stato come un gabelliere avido e si fa portavoce
della rabbia della pompa di benzina. Il look, i toni accesi e la retorica
servono a dire: "Io sono uno di voi, contro i signori nel palazzo".
Una volta varcata la soglia del potere, tuttavia, scatta
quel meccanismo che Max Weber definiva l'etica della responsabilità. Il leader
smette i panni del contestatore e indossa l'uniforme istituzionale (il power
dressing dei tailleur sartoriali). Di colpo, le accise non sono più un
"furto di Stato", ma diventano coperture fondamentali per far
quadrare il bilancio, pagare le pensioni o sanare il debito pubblico. La
prospettiva si inverte: il punto di vista non è più quello di chi subisce la
tassa, ma di chi deve gestire la cassa.

